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La sposa turca – I paradigmi di una solitudine a due

In tedesco il titolo del film La sposa turca è Gegen die wand (“Contro un muro”), eco che richiama la scena iniziale del film nella quale Cahit, uno dei due protagonisti della narrazione, tenta il suicidio fiondandosi con la sua auto contro un muro.

È qui che ha inizio la storia dell’incontro di due solitudini: presso l’ospedale psichiatrico nel quale verrà condotto, a seguito del tentato (e fallito) suicidio, il quarantenne Cahit incontrerà Sibel, una giovane ragazza ventenne che, parimenti, è lì a causa della sua condotta suicidaria.

la sposa turca
Sibel e Cahit al loro primo incontro nell’ospedale psichiatrico

Cahit ha tentato il suicidio perché è morta sua moglie, una donna di cui era profondamente innamorato, e Sibel lo ha fatto perché vuole liberarsi delle catene che la sua famiglia le lega ai polsi (non a caso, forse, per uccidersi cerca proprio di tagliarsi le vene, come a voler spezzare simbolicamente e fatalmente quel legame), impedendole di sentirsi affrancata dal volere degli altri.

Quando incontra Cahit, nella clinica psichiatrica, senza nemmeno conoscerlo, gli propone di sposarla: è così che pensa di potersi liberare dell’influsso di suo padre e suo fratello, due uomini che sembrano soffocarla con i loro pretesti, con le loro pretese di turchi ortodossi.

Sibel sceglie proprio Cahit (non a caso lui glielo chiederà) perché è turco ed è maggiormente probabile che i suoi genitori lo accettino in quanto marito della ragazza. È dall’incontro tra queste due vite soffocate che il film di Fatih Akin, regista tedesco, prende le mosse; è dal senso di amaro nei confronti di una vita dannata che si dipana lo iato tra la vita e la morte, tra il suo senso e il suo assoluto non-senso, come direbbe il Camus de Il mito di Sisifo o il Sarte de La nausea.

Il richiamo a Camus e Sartre segue necessariamente, pur consapevole dell’inevitabile contingenza che lo caratterizza, la stregua di una stessa narrazione esistenzialista; il film di Akin, infatti, ci pone di fronte non al significato ontologico dell’essere, quanto al significato ontico dell’esistenza. Cosa significa vivere per un ente particolare? Come affrontare la relazione con i lati più turpi di sé stessi? In fondo un’esistenza senza amore – così come sembra dimostraci il film e come sostiene Sartre, concependo l’amore come la fonte di giustificazione di un’esistenza – non può reggersi.

Sibel piange disperata, dopo aver nuovamente provato a tagliarsi le vene, per aver ricevuto il rifiuto di sposarsi da Cahit

Anche se all’inizio Cahit rifiuterà ostinatamente di cedere alla proposta di Sibel, la disperazione di quest’ultima lo colpisce a tal punto che alla fine vi cederà. I due quindi si sposano e, nonostante il loro sia un matrimonio di convenienza (una convenienza dal lato di Sibel, però), lo spettatore non capisce ancora perché Cahit ceda al suo desiderio di sposarsi.

La sposa turca diviene un film in cui il grigiore di due vite si colora di fronte alla possibilità di un nuovo tempo, di un’isola di presente in cui i due, senza più passato né futuro, convivono nella stessa casa (Sibel si trasferirà da Cahit).

Quella casa che, prima dell’avvento della donna, era un deserto di ordine, un ammasso di cianfrusaglie e che, da quando lei si presenta, acquista nuova luce e nuovo aspetto. Dal disegno di due paradigmi della solitudine se ne produce così uno solo, quello di entrambi.

Il giorno del matrimonio di Cahit (alla sua sinistra l’amico fraterno Sefren) e Sibel (al suo fianco i genitori)

La sposa turca: una solitudine a due

È anche di fronte a un paradosso che ci mette questo film: si assiste al fatto che i due, pur ormai convivendo, frequentano altri partner. Cahit va a letto con una parrucchiera, che sarà anche quella che assumerà a lavoro Sibel (portata per il tagliare i capelli, come dimostra la scena in cui rimette in sesto l’aspetto di Cahit), e lei si concede senza troppi problemi ad altri uomini che incontra durante i primi periodi del suo matrimonio (d’altro canto ben congeniato all’atto di realizzarsi: li ritroviamo proprio fintamente felici, quei due, al loro matrimonio).

Poi però, piano piano, Cahit se ne innamora. Forse covava quel sentimento da prima, senza saperlo, senza nemmeno poterlo pensare – eppure era, in qualche modo, così. Se ne innamora e ne è geloso: a una serata in cui i due sono andati a ballare insieme, un tizio ci prova con Sibel e lì ha il via una scazzottata.

Cahit fa uso di cocaina ed è sempre stato un violento (si ricordi la scena iniziale del film, quella in cui prende a pugni un uomo in un bar). Poi, successivamente, avviene qualcos’altro di più grave: Cahit incontra in un locale un uomo che è andato a letto con Sibel e che è stato da quest’ultima rifiutato; l’uomo lo provoca e lui lo colpisce con un posacenere in testa, decretandone fatalmente la morte. Questo avviene dopo una scena importante, una scena nella quale Cahit e Sibel stanno quasi per fare l’amore, per poi essere bloccati dalla stessa Sibel che si ferma dicendo che così sarebbero diventati veramente marito e moglie. Intanto, però, l’amore è sbocciato.

A questo punto inizia la seconda parte della narrazione, quella nella quale Cahit viene mandato in carcere e Sibel risprofonda nella sua solitudine e con una vita molto incerta, con il fratello che la cerca e vuole ucciderla perché ha disonorato la famiglia.

Scappa così a Istanbul dalla cugina Selma, proprietaria di un albergo, che le trova un lavoro come aiutante di pulizie. Mentre lo spettatore continua a seguire la solitaria traversata nella città di Sibel, la segue anche scivolare nella sua metamorfosi, diventando una sorta di doppio di Cahit: violenta e spregiudicata al punto da scivolare nella droga e nel masochismo più autodistruttivo (colpisce, a questo proposito, la scena nella quale fa di tutto per essere pestata a sangue da tre uomini incontrati per strada).

Rissosa, riottosa, Sibel sprofonda nella autodistruttività per emergere da un passato che non vuole e da un presente pesante, in cui la sveglia suona alle cinque di mattina e la mette di fronte alla inconcludenza di un tempo che procede solo per farla sopravvivere.

Sibel a Istanbul ne “La sposa turca”

La regia de La sposa turca opera un mirabile tentativo di contrapporre alla vitalità dell’amore il sangue: certe scene toccano la carne viva del corpo, un corpo destinato a perdersi se non vivificato dall’odore e dal sapore del desiderio, qualunque esso sia.

Per questa ragione il film suggerisce, nel silenzio di certe scene e nell’angoscia che esse provocano, il procedere di vite alla deriva e il punteggiare del tempo, bestia singolare che si scandisce nella quotidianità come un fardello da cui è difficile liberarsi.

Attraverso una sceneggiatura a tratti onirica e magica (in cui la musica turca esotica cede il passo a quella gothic-punk delle discoteche) si giunge, dopo due ore di film che non pesano affatto, alle scene finali. Cahit uscirà di prigione e, attraverso l’aiuto del suo amico fraterno Seref, riuscirà a racimolare i soldi per andare alla ricerca di Sibel.

Sefren: «Che progetti hai?».

Cahit: «Vado a Istanbul».

Sefren: «Da Sibel?».

Cahit: «Da Sibel».

Sefren: «La lezione non ti è bastata? Non hai avuto già abbastanza guai per lei?».

Cahit: «Forse, ma se non era per lei non ce l’avrei fatta. Mai».

Sefren: «A fare che, scusa?».

Cahit: «A uscirne vivo».

Anche se Sibel si è ormai rifatta una vita, ha un compagno e una figlia, quando viene ricontattata da Cahit non può che cedere al richiamo di un desiderio probabilmente covato dentro di sé per anni. Si ritroveranno e faranno l’amore, rappresentato in una scena che ha il gusto del rincontro di due vite devastate e, al contempo, rimesse in moto proprio dal loro incrociarsi.

Sulle pareti di quella stanza d’albergo riecheggia la muffa della vita e la malinconia più desiderante, riemerge la forza di due corpi di nuovo vivi che non riescono a rinunciare al colpo di frusta dell’amore.

la sposa turca
Cahit e Sibel in “La sposa turca”

La sposa turca è un film forte e maledetto che non fa sconti al lato più buio della vita, alla disperazione di due anime dannate che cercano il proprio modo di aggiustarsi nel mondo e che lo trovano solo nella contingenza di un momento e di due sguardi che si incrociano, finalmente capaci di guardare ed essere guardati.

La regia offre lo spaccato di due esistenze, prima nella morte e poi nella vita, che, anche se non finiranno per proseguire insieme, conserveranno come tracce scritte sul corpo la bellezza e la forza di un tempo che non chiede niente a nessuno, solo di esistere.

E tanto ci basta per credere che L’Orso d’oro di Berlino del 2004 sia stato ampiamente meritato.

Leggi anche: Sinfonia d’autunno – Un doloroso inno all’amore

Francesco Saturno
Napoletano, psicologo, venticinquenne. Mi diverto a scrivere.

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