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Il Bidone – La solitudine della truffa

Il Bidone rimane ad oggi una delle pellicole meno blasonate e ricordate di Federico Fellini. È doveroso sottolineare anche uno sfortunato rapporto con la critica di quegli anni del quale parleremo più avanti. Il film si presenta come un proseguimento ideale delle atmosfere simboliche e quasi-realistiche del primo Fellini. Pellicola di riferimento di questo primo periodo è sicuramente La Strada (1954). Ritorna la collaborazione con la moglie-attrice Giulietta Masina. Ritorna anche il senso di ingiustizia sullo sfondo di un mondo profondamente ferito (esteriormente come psicologicamente) dal dramma della guerra. Il Bidone si configura come un dramma ed una riflessione sulla solitudine del truffatore.

Una produzione complessa

Mentre ne La Strada si arrivava ad un sorriso finale, uno spiraglio di luce sulla malvagità e caos mondani, ne Il Bidone questa piccola porta si chiude in maniera quasi prepotente ed esasperata. Un grande critico italiano, Guido Aristarco, accuserà infatti Fellini di insincerità considerando Il Bidone come un film prefabbricato che segna un precoce crepuscolarismo felliniano. Il film, all’epoca, non convinse i produttori che tagliarono molte sequenze, scoraggiati dal mancato Leone d’Oro alla kermesse veneziana. Questo clima di indecisione e inespressività si riverso sul pubblico che non fu convinto a riversarsi nelle sale col solito entusiasmo.

Possiamo ritenere Il Bidone un film sfortunato che, più di altri, si merita un posto nella rubrica relativa alla Pellicole Dimenticate. Eppure, le premesse per un successo (anche internazionale) c’erano tutte. La collaborazione con due dei migliori sceneggiatori italiani dell’epoca (Flaiano e Pinelli) e la convocazione, come attore protagonista, di Humphrey Bogart. Sfortunatamente il divo dovette rifiutare in quanto già malato di cancro (morirà due anni dopo). Fellini dovette cambiare le carte in tavola e ripiegò su un altro pezzo da novanta, l’attore premio Oscar, Broderick Crawford.

Il Bidone e la situazione post bellica

Il titolo fa riferimento al bidone inteso come truffa. La storia ruota attorno alle vicende di un gruppo di criminali che estorcono architettando ingegnose truffe ai danni dei più deboli. Le vittime preferite sono gli ultimi della società: i contadini stremati dallo sforzo bellico, le famiglie numerose e poverissime in attesa di case popolari, piccoli commercianti che non arrivano alla fine del mese. L’atmosfera, però, all’inizio è quasi comica e fanfaronesca come testimoniano le musiche allegre e leggere.

Il Bidone – Federico Fellini

Una delle truffe più famose e ricorrenti del film è quella ai danni dei contadini. Il protagonista Augusto, accompagnato da Picasso e Roberto si finge un alto prelato che convince i contadini che nel loro campo sia sepolto un tesoro (ovviamente falso e nascosto precedentemente da complici). La grossa fortuna sarebbe stata nascosta da un bandito pentito che avrebbe acconsentito a lasciarla ai proprietari del campo a patto che essi versino il danaro necessario per numerose messe per la sua anima. I contadini, in preda all’euforia alla visione di un forziere pieno di (finti) gioielli e monete, racimolano i risparmi di una vita che consegnano nelle mani del prete che promette di celebrare le messe direttamente in San Pietro.

La solitudine dell’egoismo

La tensione sale quando si scopre la vera natura dei protagonisti: truffatori incalliti e senza scrupoli. Si rivela a poco a poco una riflessione sulla povertà come motore della disperazione che genera il crimine nonché la repressione di qualsiasi riflesso empatico. Il truffatore, per Fellini, non può intrattenere un rapporto equilibrato e sano con l’altro poiché esso è sempre eroso dalla pulsione egoistica dell’approfittarsi e trarre vantaggio da qualsiasi rapporto. Lo stesso protagonista Augusto ha interrotto i rapporti con la sua famiglia abbandonando la giovane figlia. Centrale, a tal proposito, è anche il rapporto fra Picasso e sua moglie Iris (Masina) perché basato sulla menzogna che porta sull’orlo della disperazione entrambi.

Il Bidone – Federico Fellini

Emblematica poi è la scena in cui i tre truffatori si ritrovano in un party di Capodanno a casa di un amico facoltoso. A metà della festa vengono cacciati perché Alberto sottrae un porta sigarette d’argento a una anziana. Ritorna l’istinto irreprimibile allo sfruttamento del prossimo. Dopo essere stati cacciati i tre litigano arrivando quasi alle mani: nessuno può essere veramente amico in un contesto del genere. Emerge il richiamo a una solitudine esistenziale esasperante.

La difficile redenzione

La riflessione verso una specie di redenzione vede Augusto, che è il più anziano, riconoscere, durante una truffa all’ennesima famiglia di poveri contadini, la felicità e la spensieratezza di una ragazza malata che non può camminare. Il corto circuito fra l’innocenza, la voglia di vivere, l’affetto della cura dei genitori di questa giovane e la solitudine, la stanchezza e l’amarezza del senso di colpa di Augusto per una vita basata sulla menzogna porterà a una redenzione tragica del protagonista.

A proposito del finale (e dell’intero film), François Truffaut renderà giustizia sui Cahiers du Cinéma al meno visto e più bistrattato dei film di Federico Fellini, scrivendo:

«Il bidone inizia in malo modo e finisce solennemente: questo miscuglio esplosivo può dar fastidio in un festival a tutti coloro che entrano nella sala impazienti di uscirne; ma io, che avevo tutto il tempo a mia disposizione, sarei rimasto volentieri delle ore a veder morire Broderick Crawford».

(François Truffaut)

Leggi anche: I vitelloni – Istantanea sull’insoddisfazione giovanile

 

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