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Nuovi Sguardi – Intervista a Giacomo Cimini, regista de Il talento del calabrone

Giacomo Cimini, regista classe 1977, si appassiona al cinema guardando per la prima volta Il libro della giungla, classico della Disney del 1967 diretto da Wolfgang Reitherman. Tra il 1995 e il 1998 studia nella Scuola Romana dei Fumetti e frequenta il corso di film-making alla New York Film Academy.

Nei primi anni del 2000 lavora in Italia sia in ambito televisivo sia cinematografico, scrivendo e dirigendo cortometraggi come The Invisibles e Miss My Muse in Summertime, e lavorando come assistente alla regia nel film Blek Giek di Enrico Caria. Anni dopo consegue la laurea in regia presso la London Film School scrivendo, dirigendo e producendo il cortometraggio La Città nel Cielo presentato in anteprima alla 66° Mostra del Cinema di Venezia.

Nel 2012 Giacomo Cimini fonda la casa di produzione cinematografica Wonder Room Productions, assieme ai produttori Tommaso Colognese e Pietro Greppi, con la quale produce nel 2014 il suo cortometraggio, sempre di genere fantascientifico, The Nostalgist, basato sul racconto dello scrittore statunitense Daniel H. Wilson.

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Giacomo Cimini – The Nostalgist

Il corto ha avuto anche un’uscita limitata nelle sale degli Stati Uniti e in Russia. È ora distribuito online su iTunes, Google Play, Amazon, Verizon Indieflix e We Are Colony, per poi venir successivamente scelto per la sezione Short Takes del numero di dicembre 2014 dell’American Cinematographer.

Nel 2020 Giacomo Cimini torna a scrivere e dirigere un lungometraggio, a distanza di diciassette anni dall’ultimo che era in inglese e intitolato Red Riding Hood, uscito nel 2003. Il film, questa volta scritto in italiano, si intitola Il talento del calabrone ed è un thriller, o meglio, un techno-thriller: la distribuzione del film, inizialmente prevista per il 5 marzo 2020, è stata poi rinviata a causa della pandemia di COVID-19. E dal 18 novembre 2020 il film è stato reso disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video.

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Buongiorno Giacomo, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Presto uscirà per conto de La Settima Arte un articolo sul tuo film, che ho trovato decisamente interessante e per certi versi innovativo. Prima di arrivare a parlare de Il talento del calabrone però, domanda di rito. Partirei da quello che accade nell’immediato. Dunque come stai? Come hai vissuto e come stai vivendo tu, da regista (con dei progetti nuovi e delle idee), questa fase così particolare delle nostre vite? Come si affronta una realizzazione cinematografica in Italia in tempi di pandemia?

Giacomo Cimini

Restando sulla realizzazione cinematografica in questo preciso momento posso dirti che non sono ancora tornato sul set dall’inizio della pandemia, ma credo che tutto sia diventato decisamente più complesso e stressante. Quella del cinema è comunque un’industria che non si è fermata, le riprese non hanno trovato quasi alcuno stop. Il disagio vero lo hanno vissuto le sale, attraversando una situazione drammatica. Anche se spero e credo possa esserci un ritorno di fiamma molto forte. Credo che le persone torneranno al cinema in modo abbastanza deciso. Ovviamente ci sarà un problema di accumulo di film in cui a farne le spese saranno probabilmente i film e i progetti economicamente meno forti. Sarà molto difficile la situazione nei prossimi anni.

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Il talento del calabrone o… la paura e la morte in diretta radio, di Giacomo Cimini

Arrivando a Il talento del calabrone, che è in un qualche modo il tuo vero e proprio esordio, l’idea era quella di un film pensato per la sala e in un secondo momento adattato alla piattaforma, o già c’era l’approccio al formato televisivo?

Giacomo Cimini

Il film doveva uscire il 5 marzo dell’anno scorso e una settimana prima è stato chiamato il lockdown, quindi è saltato tutto. Il film è stato concepito principalmente per la sala. Dall’anamorfico al lavoro che è stato fatto rispetto al suono. Tutto era stato utilizzato per un cinema da sala e, come sappiamo bene, l’esperienza di sala è completamente diversa: vedere il film in sala e viverne le emozioni nell’immediatezza della proiezione che non puoi mettere in pausa o modificare a seconda di ciò che vuoi e non vuoi osservare ancora è la cosa in assoluto più bella e che rimane in modo molto molto forte rispetto a qualsiasi altra esperienza. Ed è rispetto a quello che effettivamente ti rendi conto della grande differenza, considerando questa ineluttabilità.

Guardando il film al cinema entri a far parte di un sogno. Ricordo ai tempi dell’università uno studioso australiano che studiava il confronto tra l’esperienza della sala e l’esperienza onirica. Un pensiero che ora ti riassumo e che identificava l’alzarsi dalla poltrona e lasciare la sala come il momento in cui ti risvegli e di fatto esci dal sogno. In TV e in casa tutto cambia. Qualcosa di terribile che sta accadendo, e che effettivamente sta creando un grande cambio di paradigma, è il fatto che le persone si stanno sempre più abituando alla serialità. Ma la serialità lavora su archi narrativi del tutto differenti, poiché sono molto più lunghi. Per esempio, lo spettatore conosce un personaggio nel corso di otto episodi, mentre al cinema questo avviene dopo nemmeno quindici minuti di set-up. La tecnica è completamente diversa e sono due mezzi distinti.

Avrei approcciato in modo del tutto diverso al film se l’approdo, dal principio, fosse stato televisivo, perché il linguaggio ovviamente cambia. Ma non solo il linguaggio, cambiano le battute, i dialoghi, le interpretazioni: è un approccio diverso. La grande differenza tra televisione e cinema, escludendo l’impianto tecnico, sta anche nella ripetizione di elementi narrativi per garantire e mantenere la tensione. Detto questo, sì, il mio film era stato assolutamente concepito per la sala ed è stato abbastanza uno strazio. Una sofferenza enorme che poi, chiaramente, rispetto alla tragedia che si stava consumando intorno a noi, diventa accettabile; si cerca ovviamente di relativizzare un po’ il tutto. In ogni caso una mazzata davvero enorme. Un vero peccato, per questo spero che qualcuno, da qualche parte possa recuperare questo film in una sala, semmai dovesse trovare una nuova uscita.

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La tenente colonnello Rosa Amedei (Anna Foglietta) e il Dj Steph (Lorenzo Richelmy) si confrontano sulle scelte da prendere tra ansia, dubbi e paura

Che rapporto hai con la critica e qual è stata l’accoglienza del tuo film?

Giacomo Cimini

Il mio rapporto con i critici ultimamente è curioso. Non c’è alcun tipo di conflittualità, però devo dire che alcuni non sono stati particolarmente teneri con il mio film, anzi sono stati veramente orrendi. Ho come la percezione che esista una sorta di guerra, che si creino delle correnti interne. Ci sono critici e critici, ovviamente, che si differenziano a seconda della formazione; è sempre più difficile per chi studia la materia, perché si trova a vivere una condizione di competizione con chi invece la materia non l’ha studiata, fregiandosi comunque del titolo di critico/collega. Persone che non hanno nessun tipo di competenza. Anche a me risulta difficile affrontare l’argomento cinema con chi non è preparato o realmente interessato.

Per fare un esempio legato al mio film: le critiche, che siano negative o positive, vanno accettate sempre. Però non puoi relazionarti come critico a un film e al suo regista con affermazioni quali: “la parte tecnica legata alla post-produzione dell’audio (e quindi gli effetti sonori) fa schifo”. È un modo di affrontare l’argomento con grande superficialità. Io credo che tutto si possa dire e criticare del mio film, eccetto la questione tecnica del sonoro. Posso accettare una critica di quel tipo per uno spettatore che ha visto il film sul cellulare perdendo il significato del grande lavoro che è stato compiuto in postproduzione sul sonoro e su cui tu ti sei soffermato nella tua recensione. È come muoversi in un campo minato perché anche qui, ci sono sempre più scontri relativi a ruoli e appartenenze tecniche.

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I legami e le verità nascoste

Il film è stato girato in ordine cronologico, come si è soliti fare nel cinema italiano, o hai approcciato la lavorazione in modo differente?

Giacomo Cimini

No, anzi. La prima scena che abbiamo girato del mio film è stata quella finale. L’abbiamo girata nei primi due giorni, dopo di che alcuni attori sono scomparsi momentaneamente. Abbiamo montato e smontato tutto. Poi abbiamo girato dei pezzetti e la parte radio quasi tutta nel finale delle riprese. Tutto questo ha condizionato assolutamente la lavorazione del film. Come sai, nelle previsioni si lavora in modo progressivo e si costruiscono i personaggi in base alle reazioni del pubblico. È proprio diverso e spesso è difficile. Per tornare ancora una volta alla distinzione tra cinema e serialità, sono due forme di narrazione totalmente diverse, anche sotto questo aspetto della costruzione e della previsione.

L’arco narrativo di Steph. Predatore in caduta libera dall’alto del grattacielo.

In fase di scrittura e poi di regia quali sono state le tue influenze cinematografiche e letterarie? Osservando alcune sequenze del tuo film, tra cui l’ingresso “in scena” di Carlo De Mattei (Sergio Castellitto), il primo svelamento dell’ordigno, l’ipotesi d’attentato causata dal rider e infine la soluzione dell’enigma della scheggia di legno, ho trovato molto del cinema di Michael Mann e Nick Cassavetes. Così come due apparenti riferimenti: il primo cinematografico, legato a un film recente, eppure poco conosciuto, diretto da Jodie Foster, Money Monster. Il secondo invece letterario, il romanzo ormai cult di Giorgio Faletti, Io uccido. Sono titoli che conosci e che hai preso in considerazione, o ti sei mosso in direzioni differenti?

Giacomo Cimini

Su Mann assolutamente sì. Per me è stato fondamentale come autore cinematografico nella mia crescita professionale. Pensa che ho visto Heat dopo aver preso parte a una delle lezioni di cinema più belle della mia vita. Ed era una lezione di cinema in una scuola del fumetto che ho frequentato a quattordici anni con un maestro dello storyboard italiano che si chiamava Paolo Morales, un genio. Morales fece questa lezione sul cinema di Kubrick e analizzammo la regola del campo e controcampo, quella dei 180 gradi e via dicendo. Nel corso di quella lezione imparai l’importanza dello smontare il film. Quella sera, dopo la lezione, andai a vedere Heat. Film che vidi con quelle conoscenze tecniche in testa e cominciai così a vedere i film smontandoli piano piano, partendo proprio da quello.

Su Nick Cassavates invece no, non conosco la sua cinematografia. Money Monster non l’ho visto, ma per questo c’è una ragione precisa: rispetto assolutamente il cinema di Jodie Foster, ma non l’ho visto perché è uscito mentre lavoravamo alla sceneggiatura del mio film e deliberatamente non volevo guardare qualcosa che fosse così vicino. Non ho mai letto invece Io uccido di Giorgio Faletti. Rispetto a questo, non sapevo assolutamente niente e quando mi hanno detto e scritto “hai copiato” e “hai plagiato” sono andato a leggermi la trama: il film è completamente diverso. Ammetto di aver rubato da Mann, ma rispetto agli altri riferimenti invece la risposta è no. Poi, per quanto mi riguarda, riferimenti, plagi, citazioni o meno… ciò che mi interessa è: il film ti ha emozionato? Tutto si esaurisce qui.

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“Heat” di Michael Mann

Carlo De Mattei (Sergio Castellitto) è un personaggio con un arco narrativo sorprendente, all’interno di un gioco a due teso e di grande pathos. Dovrebbe incarnare in qualche modo il sentimento della morte, facendosene portatore, causando dolore e distruzione, per poi assumere tutt’altro significato. Carlo la morte l’ha già vista, l’ha guardata negli occhi e probabilmente ancora l’attende. Non è colui che generalmente definiremmo villain, né tantomeno antieroe o “cattivo”. Verrebbe da definirlo piuttosto come un personaggio d’incontro tra la carica totalmente negativa dell’assassino e quella parzialmente negativa del giustiziere. Come hai lavorato sulla genesi di Carlo De Mattei/Il Calabrone e poi sul suo interprete Sergio Castellitto?

Giacomo Cimini

Il lavoro sul personaggio di Carlo è stato impostato in modo molto preciso già in fase di scrittura, chiaramente, e poi esteso con Sergio Castellitto durante le riprese del film. Sergio lavora (come dovrebbe essere) col testo, con l’attenzione al testo e allo stesso tempo al play. Quindi al divertimento, al gioco quasi, con e per il suo personaggio. Abbiamo comunque fatto un grosso lavoro analizzando ogni singolo elemento, perfino sui costumi e su tutti questi aspetti abbiamo lavorato insieme. In più, considera che Sergio da regista e sceneggiatore era molto attento anche a quei piccoli gesti talvolta secondari, dal cravattino appeso, alla mosca uccisa. Abbiamo lavorato anche sull’invenzione. Sergio è un attore di un talento straordinario che interpreta, gioca e inventa. L’improvvisazione, e quindi l’invenzione, è in ogni caso qualcosa che nasce dopo una grande preparazione, relativa alla scrittura, al testo e così via.

Sia Sergio Castellitto che Lorenzo Richelmy sono attori incredibilmente fisici. Lorenzo Richelmy è uno che ha fatto Marco Polo, un personaggio che si muove tra cavalli e spade, io invece l’ho messo seduto su una sedia per tutta la durata del film. Ed è difficile per un attore recitare inchiodato a una sedia. Ho cercato di dare a entrambi degli strumenti per giocare e muoversi in scena. Lorenzo ha comunque avuto un periodo di preparazione con un vero deejay e questo è stato sicuramente utile per la costruzione della credibilità del personaggio.

Non ci sono personaggi particolarmente simpatici nel film. Tutti vestono dei ruoli, delle maschere, anche perché si muovono su un proscenio che è finto. Nessuno è chi dice di essere, nulla è come sembra anche nell’aspettativa. La paura e il dubbio nelle figure dei carabinieri, ad esempio, per me erano fondamentali. 

Intervista fiume al regista e sceneggiatore Giacomo Cimini, sul suo film Il talento del calabrone, il cinema di genere e i suoi riferimenti.
La ricerca del male nella profondità psicologica del dramma e della perdita

Il lavoro sulle location è molto interessante nel suo alternare continuamente oscurità della notte, luci al neon, talvolta soffuse, talvolta dirette e luci ancora più tenui degli interni d’auto. L’ambientazione milanese viene esplicitata fin da subito, in una panoramica notturna tra grattacieli e luci della città notturna. Poco dopo però ci troviamo all’interno di uno studio radio che potrebbe trovarsi ovunque. C’è stata una riflessione già a partire dalla sceneggiatura rispetto a un distacco tra narrazione, realtà degli scenari e origine del prodotto o è qualcosa a cui sei approdato successivamente?

Giacomo Cimini

Per me la realtà del cinema non esiste. È un artificio di magia, da prestigiatore. Non c’è niente di reale. Niente del mio film esiste realmente. Tutti i film sono ambientati in realtà alternative e il primo grande autore e maestro cinematografico a svelare le carte nel comunicare al pubblico che tutto è falso è proprio Tarantino. Niente è realtà. Quello che un film può e deve essere è soltanto un punto di vista su una certa rappresentazione della realtà.

Ripeto, per quanto mi riguarda il punto centrale è: ti ha emozionato la storia? Perché altrimenti si annulla la realtà e la narrazione del teatro, perché il teatro non è vero, è pura rappresentazione. Rispetto a questo credo che uno dei film più belli usciti ultimamente sul senso della narrazione sia l’ultimo di Tom Ford, Animali Notturni. Straordinario il lavoro che compie sull’idea di creazione della realtà all’interno della narrazione creativa.

Detto questo, il mio film è stato girato tutto a Roma in uno studio. Tutto è stato creato da zero. Il grattacielo non esiste realmente e andare a girare in un grattacielo sarebbe stato improponibile a livello di continuità. Spezzare la continuità sarebbe stato chiaramente fatale per la narrazione di questo film. Sono quindi partito da un’idea di utilizzazione di quella strumentazione un po’ anni ’70 alla Kubrick di 2001: Odissea nello spazio, mandando dei filmati live alle spalle del set. In un primo momento tutti mi hanno guardato come fossi un pazzo, poi i produttori sono stati straordinariamente coraggiosi e mi hanno seguito. Considera che all’epoca, due anni fa, questo tipo di lavoro era assolutamente impensabile. Ora sta venendo fuori con la Virtual Production, la stessa tecnica di The Mandalorian e Oblivion.

Il mio è in ogni caso un film sulla finzione. Il set del film era costruito allo stesso modo del set-trappola costruito dal personaggio interpretato da Sergio. Dunque il set era una scatola di vetro, posta a due metri d’altezza attorno alla quale abbiamo costruito uno schermo cinematografico gigantesco con otto proiettori verticali che trasmettevano le immagini di Milano che avevamo registrato precedentemente. Nulla è reale. Non esiste niente e tutto è finto. Abbiamo costruito una Milano altrettanto finta, e i personaggi dovevano essere dei finti milanesi. Un gioco che forse ha fatto incazzare un po’ di gente, perché di fatto racconta la realtà di molte radio.

Tutto avveniva live. Come fosse una meccanica teatrale. Tutto avveniva in un contesto molto teatrale e immediato. Una dimensione ludica che si usa poco in Italia e molto più all’estero. Lo stesso discorso vale per esempio per tutti i piani sequenza e il fatto che la macchina da presa sia sempre in movimento e mai fissa. In più abbiamo lavorato in anamorfico, con una grande profondità di campo e fuochi molto stretti, basta che l’interpreti si allontani ed è un attimo, prima che finisca fuori fuoco. La complessità diventa tripla. Molti interpreti italiani non sono abituati a lavorare in queste condizioni, perché cambia totalmente l’approccio sul set. C’è sempre anche, rispetto a questo, un grande problema di tempi. Questo è un film fatto in cinque settimane per dire. È stato un azzardo che però ha dato buoni frutti.

“Oblivion” e la questione della Virtual Production

Il sound design di questo film è qualcosa di assolutamente nuovo per il cinema italiano. Il lavoro sulle voci degli interpreti (dunque la variazione del tono interrotta e trasformata dalla musica) sembra addirittura prendere il sopravvento sui volti e la loro espressività. Un thriller psicologico che sfocia nel dramma e che muove la sua forte carica adrenalinica e poi emozionale nella comunicazione radio e social, coinvolgendo così una collettività. Tutto però sembra poggiare sulla voce. Quanto è complesso (se così è stato) partire da un lavoro di vocalità, spostandosi poi su quello dell’espressività dei volti?

Giacomo Cimini

Il lavoro è stato molto complesso. Abbiamo cercato di lavorare su campi d’ascolto differenti, da quello della sala a quello della sala regia, fino alla percezione della sala nel momento in cui smetteva di essere in cuffia, rispetto a ciò che veniva detto in regia e così via, fino alle scene in auto. C’è addirittura un momento in cui le due voci sembrano essere nella stessa stanza, quello della confessione finale. Una scelta artistica precisa. I personaggi lì condividono lo stesso spazio. I due uomini tornano nel teatro, che poi è centrale come luogo del ricordo all’interno del film, e sembrano addirittura guardarsi.

Abbiamo a che fare con due personaggi distanti a livello di percezioni che vengono condotti lentamente a condividere uno stesso spazio. Considera che poi il film è ambientato in spazi ristretti e questa è sempre e comunque una grande limitazione. È un film camera e cucina con una vista un po’ particolare che racconta un contesto altrettanto particolare. In principio non era proprio prevista l’idea della città, così come quella del grattacielo; c’è stata successivamente una volontà di espansione della percezione. Mi piaceva molto quest’idea del punto di vista del deejay dall’alto della città.

Personaggio che si trasforma, che prima porta su di sé un atteggiamento predatorio, poi diviene preda, perdendo perfino la voce. Steph (Lorenzo Richelmy) è quasi un burattino e sulle voci abbiamo lavorato molto. Lorenzo ha una bellissima voce, ha una presenza sonora molto importante e quello è stato un elemento fondamentale nella scelta, nonostante avesse comunque fatto il provino migliore.

Intervista fiume al regista e sceneggiatore Giacomo Cimini, sul suo film Il talento del calabrone, il cinema di genere e i suoi riferimenti.
Steph. Costruzione e direzione dell’interprete e maschera costretta all’immobilità.

Il talento del calabrone affronta diversi temi, tra cui quello della redenzione, o meglio, del sollievo dal grande peso di una colpa portato per molti anni, da una parte nel silenzio e dall’altra nel pianto. Non c’è una reale assegnazione dei ruoli, ma il tema della redenzione sembra coinvolgerli e legarli un po’ tutti. Dov’è radicata realmente la carica negativa all’interno di questo film nel momento del grande svelamento?

Giacomo Cimini

Io credo che ci sia questo sollievo dai sensi di colpa di cui tu parli, e lo identifico con il grande gesto conclusivo di quello che è, a tutti gli effetti, un sacrificio, quello di Carlo (Sergio Castellitto). Però credo anche che tutti siano responsabili di ciò che è accaduto, così come di ciò che sta accadendo e di ciò che in seguito accadrà. Probabilmente il personaggio più conscio di questo è proprio quello di Sergio, mentre quello che subisce Lorenzo è un crollo totale. Non c’è redenzione però, perché con la morte di un bambino non può esserci una redenzione. Da una parte c’è il sacrificio che porta il sollievo a un personaggio che ha sofferto, dall’altra c’è invece la punizione, il crollo, per un personaggio che ha causato sofferenza e che comincerà probabilmente a subirla a sua volta.

Intervista fiume al regista e sceneggiatore Giacomo Cimini, sul suo film Il talento del calabrone, il cinema di genere e i suoi riferimenti.
Redenzione, caduta, sacrificio e coscienza di ciò che accade. Tre anime a confronto tra paura, dubbio e il peso del ricordo.

Il genere di riferimento di questo tuo ultimo film è il thriller psicologico che viene ben presto declinato in chiave action e drammatica. Un modello cinematografico che in Italia non ha mai avuto realmente respiro, quello del cinema di genere che si è fatto per poi perdersi. Dunque come hai affrontato all’interno di un panorama come il nostro, ormai poggiato sulla commedia, una produzione a oggi così distante, da camera, ma allo stesso ansiogena e crime?

Giacomo Cimini

Ti rispondo con due parole su questo concetto del cinema di genere e cinema d’autore che trovo interessante. Sai che il cinema d’autore non esiste da nessun’altra parte? Non c’è più nemmeno in Francia, poiché lì c’è il cinema dei Réalisateur Français e non quello d’autore, ormai scomparso e superato da molti anni. Il cinema d’autore è una tipologia unicamente italiana. All’estero viene definito Art House, una tipologia di film che veniva proiettata in sale cinematografiche specializzate in cinema non commerciale che aveva spesso difficoltà a trovare pubblico. Sembra essere diventata un po’ una scusa questa del cinema d’autore e del cinema di genere, anche nella classificazione dei registi e dei film. Per quanto mi riguarda il cinema, inteso in senso assoluto è Kurosawa ed è Rashomon, ossia lo stesso evento può essere raccontato da punti di vista totalmente opposti.

“Rashomon”, il capolavoro del 1950 di Akira Kurosawa sull’importanza dei punti di vista.

Aspettando di vedere presto qualcosa di tuo, legato ancora a questo specifico genere cinematografico, hai in cantiere qualche progetto differente?

Giacomo Cimini

Lavorerò ancora con la Paco Cinematografica, con cui sono in ottimi rapporti e con cui ho lavorato benissimo. Sto lavorando alla sceneggiatura del mio prossimo progetto e l’idea è quella di portare un po’ di fantascienza in Italia, rimanendo sempre molto ancorati a dinamiche italiane. C’era un momento storico in cui l’Italia era fantascienza, quella vera, e un po’ ci siamo ispirati a quei meccanismi e quell’estetica. Parliamo degli anni ’80 e ci concentriamo soprattutto sul campo dell’informatica, basti pensare all’esperienza di Olivetti. Sto cercando un approccio originale, vedremo.

A conclusione di questa intervista, per cui ti ringrazio molto e che spero possa portare gli affezionati a vedere o rivedere il tuo film, disponibile su Amazon Prime, ti chiedo: che cosa consiglieresti a giovani appassionati e studenti di cinema che hanno il sogno della regia? L’Italia è il paese in cui restare per dedicarsi a questa realtà e, più nello specifico, a generi cinematografici differenti dalla commedia?

Giacomo Cimini

Secondo me ormai il mondo si è realmente aperto, nonostante il momento di chiusura totale. Al di là della straordinarietà della situazione, il mondo oggi è molto più interconnesso rispetto a qualche anno fa. Un’esperienza di studio all’estero, se si hanno le possibilità, è sempre molto formativa perché ti dà una prospettiva sul mondo diversa, una percezione di un’industria differente e ti rende consapevole che l’erba non è poi così verde fuori dall’Italia, e questo è importante.

L’industria inglese per esempio è molto più piccola di quella italiana. Quella americana è sì più grande di quella italiana, ma in realtà con un quantitativo di aspiranti enorme e logiche produttive molto più complesse e macchinose; rispetto alla libertà dei generi è tutta finzione. In Francia il cinema è certamente più sovvenzionato: c’è un margine di libertà più ampio rispetto alla sperimentazione con i generi. Perché in Francia c’è da sempre una tradizione molto grande di cinema di genere che in Italia si è persa per tutta una serie di motivi storici, culturali ecc. Però adesso la situazione è molto florida, si vedono cose completamente diverse.

Questa necessità di catalogare i film in funzione del genere era legata a un’esigenza di tipo industriale. Questa cosa si è persa, non c’è più. Ora tutti vogliono invece fare l’elevated genre, a partire dagli Stati Uniti con autori come Denis Villeneuve che è uno dei più incensati al mondo. Villeneuve con film come Arrival di fatto ha lavorato su un’idea di cinema chiaramente di serie B. Anni fa film come quello sarebbero stati considerati immondizia di genere. È come se il sistema fosse completamente scoppiato. Pensa a Jordan Peele, che per quanto mi riguarda è uno dei registi più interessanti che operano in questo momento: Peele viene dalle serie comiche americane e poi fa prodotti super di genere che vengono candidati e premiati agli Oscar. Il cinema di genere non esiste più. Tutti i casi di cui abbiamo parlato sono assolutamente contaminati.

Tornando al consiglio che io come regista darei ai più giovani, quello che fin da subito si deve considerare è che a esordire ci si mette attorno ai vent’anni. Dare un consiglio adesso rispetto alla strada da intraprendere è complesso perché tutto è in continuo cambiamento, tutto è in continua evoluzione e i mezzi si moltiplicano, a partire dai nuovi cellulari, ai droni ecc. Si stanno abbattendo una marea di barriere.

I consigli che posso dare sono di leggere, guardare bei film, leggere dei buoni fumetti, giocare ai videogiochi e interessarsi al teatro e non ultimo, quello di trovarsi un mestiere alternativo, perché da registi non ci si campa [ride], e nel frattempo scrivere, perché è realmente la cosa più importante da fare con la giusta metodologia. Due ore da dedicare alla scrittura e alla creatività sempre, per quanto possibile. Quello del cinema è un mondo difficilissimo, sempre più piccolo e che paga poco. Altrettanto importante è poi vedere brutti film, perché da quelli si impara sempre.    

Intervista fiume al regista e sceneggiatore Giacomo Cimini, sul suo film Il talento del calabrone, il cinema di genere e i suoi riferimenti.
“Us”- Il doppio e l’horror che si colloca nella famiglia. Il cinema di Jordan Peele.

Leggi anche: Il talento del calabrone – Cinema italiano tra thriller modernista e dramma familiare

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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