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Vizio di forma – Paul Thomas Anderson incontra Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled

Vizio di forma – Analisi letteraria e cinematografica di un caso revisionista, folle e intellettuale tra critica social-politica e nostalgia di un tempo sfuggito

 «Ricordi quel giorno quando la tavoletta ouija ci fece uscire col temporale? Mi sento allo stesso modo stasera. Solo noi, insieme. Un po’ come stare sott’acqua. Il mondo, tutto quanto, da un’altra parte, lontano..».

(Shasta Fay)

Dove e come nasce l’hardboiled – Cenni Storici

Generalmente la nascita di questa specifica traccia narrativa e di genere viene fatta coincidere con le popolari pubblicazioni di alcuni magazine pulp degli anni Venti, tra cui Black Mask, ossia la rivista che attorno al 1923 comincia a pubblicare un autore allora poco noto, Dashiell Hammett che diverrà centrale anni più tardi nell’analisi e descrizione dei caratteri tutto sommato moderni e originali dell’hardboiled.

Un’operazione che trova linfa vitale nella creazione da parte dello stesso Hammett del personaggio Continental Op, un grasso investigatore senza nome, di mezza età, nonché dolente e rassegnato.

Non sono casuali queste sue caratteristiche, all’opposto, sono assolutamente motivate da un desiderio di realtà e in qualche modo vicinanza a un contesto urbano quotidiano, privato della coolness tipica dei prodotti di quel periodo e scevro di qualsiasi abbellimento, che si parli di personaggi o ambientazioni sia letterarie che cinematografiche.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Black Mask – Magazine pulp origine dell’hardboiled

Molto semplicemente Continental Op rappresenta la risposta più realistica ai gialli di oltreoceano, fatti di personaggi pensatori, eccessivamente riflessivi e per certi versi intellettuali posti al centro di situazioni che dovrebbero essere spaventose e basse come grado d’umanità, ma che finiscono per prendere tutt’altra direzione, quella del gioco divertito alla scoperta del colpevole.

Un tipico esempio di quella realtà può essere quello di Poirot.

Il realismo quotidiano, spesso squallido e scabroso cui Hammett si interessa invece non deriva da uno sguardo creativo e perciò da un gioco divertito, piuttosto da un’esperienza di vita, assolutamente calata nei fatti di una società in profonda trasformazione. Poiché Hammett come noto lavorò per la Pinkerton National Detective Agency dal 1915 al 1922.

Anni più tardi un nuovo nome di radicale importanza torna a trattare della grande originalità e potenza delle opere di Hammett, ossia Raymond Chandler.

Raymond Chandler – L’hardboiled e il giallo: scontro tra i generi e i sessi

Tra il 1946 e il 1947, Raymond Chandler pubblica un celebre saggio a proposito del realismo delle opere di Hammett, partendo da un nodo centrale: i delitti presentati.

Chandler proprio per quel lavoro minuzioso e voyeuristico, non può accettare che le opere di Hammet vengano relegate ad una dimensione di pura cronaca hardboiled da bassifondi urbani – vista in quel periodo come il più basso livello di letteratura e opera giornalistica –  dunque le esalta.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Il grande sonno – Incontro tra Howard Hawks e Raymond Chandler

Un’esaltazione che conduce ben presto ad una presa di posizione oggi piuttosto discutibile: l’hardboiled è per gli uomini, il giallo è per le donne.

Il motivo è semplice: laddove il giallo abbellisce e si fa gioco creativo e divertito sulla scoperta e soluzione di un macabro puzzle, l’hardboiled si fa presa di coscienza tristemente cinica e realistica rispetto alle bassezze di un’umanità degradata e sempre più destinata al male e alla fine.

Quella dell’hardboiled diviene da quel momento una parabola amara e quasi sempre ironica (nella sua drammaticità) sulla corruzione universale che colpisce e affonda tutto e tutti e poi sulla violenza irrazionale, inconscia e confusa e quasi sempre spietata.

Ed ecco che prende forma il personaggio centrale di questa parabola, colui che allo stesso tempo dà vita e morte a un racconto così cinico e sporco e che nel suo delinearsi non può che trovare pubblico nel sesso maschile, isolandosi agli ipotetici gusti di un universo femminile, secondo Chandler ancora distante da un’esplicitazione così chiara e forte della violenza e degli istinti più bassi e disperati.

il degrado, la perdizione la speranza della rinascita

Il detective dell’hardboiled

Il personaggio chiave di questo universo narrativo si delinea in una descrizione tutto sommato breve che non si trasforma restando per molto tempo assolutamente rigida.

Cioè quella di un uomo permeato da un misto di sentimentalismo e durezza, rude, laconico e malinconico. Spesso dolente, violento e dalla morale di ferro.

Una morale talvolta singolare e sinistra, al servizio di una volontà altrui e dunque gelida e distaccata, oppure di risposta a un puro interesse personale e dunque coinvolta e probabilmente ancor più disperata.

La realtà che questo detective vive è allo stesso tempo vicina e distante da quella che il suo autore si prefigge di rappresentare (e denunciare). È vicina poiché chiaramente si rifà d un immaginario nient’affatto creativo, è distante poiché lo estremizza, lo rende dark, lo getta nelle ombre cupe delle tenebre, del male e come già detto della violenza più disperata ed efferata.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Il postino suona sempre due volte – Dimensione scandalistica e scabrosa del noir

L’evoluzione dell’hardboiled – L’onirismo e la commistione con il noir

Ben presto però i tempi cambiano e l’hardboiled non può più vivere isolato rispetto agli altri generi in circolazione sulla carta stampata e gli schermi cinematografici.

Un po’ casualmente e un po’ per ricerca attenta e meticolosa, i grandi studios e producers si interessano alla trasposizione cinematografica di alcune opere hardboiled, tra cui Il falcone maltese di John Huston del 1941 e Il grande sonno del 1946 di Howard Hawks, tanto per fare due esempi.

Due opere cinematografiche che partono da un immaginario letterario dichiaratamente hardboiled e che prendono sullo schermo un’altra direzione, quella del noir.

Il noir nasce come definizione puramente critica (e tecnica) di un certo modo di fare cinema thriller in America.

Un thriller differente e complesso che esplora le profondità delle tematiche psicologiche.

Inoltre, la definizione Noir nasce anche in seno ad una collana di thriller – come molti ben sanno – stampati in formato tascabile e dalle caratteristiche copertine nere, tipiche di quel modello hardboiled presentato precedentemente.

La solitudine di Doc Sportello, rispetto alla società e all’amore

Così come l’hardboiled ha fatto fino a quel momento, anche il noir decide di collocarsi altrove rispetto a tematiche e narrazioni.

Ecco che qui nasce la prima vera commistione tra i due generi: il noir si interessa ai drammi umani e cioè a quella caduta nella miseria spesso volgare, disperata e violenta che l’hardboiled ha da sempre indagato e descritto.

Un caso piuttosto noto in questo senso è quello de Il postino suona sempre due volte del 1946 diretto da Tay Garnett, tratto dal romanzo di James M. Cain.

Noir e hardboiled divengono per un periodo traccia unica che si interessa e illumina seppur nell’oscurità e nei toni cupi, il fallimento degli uomini e la loro conseguente discesa agli inferi della violenza e della disgrazia.

Non vi è alcun abbellimento o gioco divertito, poiché tutto è il più realistico e attuale possibile.

Come già detto sono storie di degenerazione e perdizione, spesso provocatorie e scandalose per quanto morbose e oltre i tabù imposti dalla società.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Il nuovo cinema hardboiled e noir – Sin City sull’estetica del fumetto, del videogame e del videoclip

Elementi ricorrenti dell’hardboiled-noir

L’universo letterario e cinematografico che risponde alla traccia hardboiled-noir si configura come un vero e proprio stile fatto di voci fuori campo, frequente utilizzo di flashback, presenza costante di scene notturne e illuminate soltanto artificialmente. Così come di corpi e visi degli attori e attrici affondati nell’ombra e poi ancora l’enfatizzazione della perdita e del caos psicologico.

Il personaggio principale poi è colui che subisce le angherie, bassezze e violenze di una volontà esterna che lo conduce ad una ricerca forsennata e disperata (tanto nella società, quanto nella sua psicologia e moralità) di una risposta spesso inesistente, altrimenti fumosa e caotica.

Il detective diviene per la prima volta vittima di un vero e proprio conflitto interiore, talvolta inconscio, talvolta motivato e ricercato.

Uno scontro che è causato nella maggior parte dei libri, racconti e film, da una femme fatale e da alcune morti violente cui dovranno necessariamente seguire alcune dolorose e spesso inconcludenti e distruttive indagini.

Chiaramente l’hardboiled, così come il noir, riflette sulle trasformazioni e i cambiamenti della società, quasi sempre in negativo, a tal punto da produrre quell’angoscia centrale nel detective e personaggio simbolo del genere preso in esame.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
I toni e i colori dell’hardboiled secondo Anderson incontrano quelli dell’onirismo alla Pynchon

Così i tempi cambiano ancora e ancora fino a giungere ad una nuova generazione di registi e autori capace di rileggere l’hardboiled e il noir.

Per fare soltanto qualche esempio: Quentin Tarantino, Fratelli Coen, Brian De Palma, Robert Rodriguez, David Fincher, Ridley Scott, Bryan Singer fino all’autore in questo caso centrale, ossia Paul Thomas Anderson.

Ciascuno di loro colloca l’hardboiled (e chiaramente il noir) all’interno di una realtà mediale assolutamente contaminata che trova un immaginario fumettistico pop mescolato, per esempio, ad una narrazione pulp vecchio stile, richiamata a sua volta da una classica e immortale operazione nostalgia che vive (e rivive) tra le tecniche moderne del videoclip e del videogame.

Ma appena prima di arrivare a Paul Thomas Anderson e dunque alla sua opera Vizio di forma, è corretto stabilire la nascita di quell’immaginario così particolare e stranamente adattabile per il cinema. L’immaginario letterario di un autore folle e unico: Thomas Pynchon. 

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Il cameo di Thomas Pynchon in Vizio di forma? Esquire lo conferma, sarà davvero così?

Il mondo letterario di Thomas Pynchon – Introduzione a Vizio di Forma

Il 4 agosto del 2009 esce nelle librerie l’ultimo romanzo di Thomas Pynchon, Vizio di forma.

Pynchon è autore poliedrico, folle, scalmanato e interessato a un immaginario psichedelico, estremamente confuso e caotico, ma non per questo disordinato e inspiegabile.

Quello delle sue opere è un mondo colorato, variegato, ricco di sfumature e mutamenti, ma anche declinazioni di tematiche, accadimenti, personaggi e sensazioni che di quotidiano non hanno nemmeno un appiglio.

Un autore che al pari di David Foster Wallace si diverte nel sovvertire le regole della narrazione classica di un genere che sceglie e poi trasforma a seconda dei suoi intenti dal carattere pur sempre derivativo e caleidoscopico.

Vizio di forma affonda sì i denti sulla narrativa base del poliziesco, ma attraverso quell’operazione richiamata precedentemente: operazione nostalgia.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
Guai e complotti buffi. Ironia e humor dell’hardboiled secondo Pynchon

Pynchon si fa carico di un bagaglio ampio che viene da lontano. La sua è una scelta di riattualizzazione e di profonda revisione.

Quella che porta avanti è infatti una vera e propria rilettura dei generi hardboiled e noir che diviene altro: racconto come già detto revisionista, assolutamente moderno e fuori dagli schemi.

L’opera di Pynchon assume questo aspetto proprio per una scelta eversiva che il film riesce a fare sua, con approccio sorprendentemente fedele: la volontà di allontanamento dal realismo delle opere originarie a favore di una condizione frammentaria, onirica, confusa, nonché meta discorsiva e narrativa.

Tanto il romanzo quanto il film, si presentano come opere insolite, dichiaratamente metafisiche, nostalgiche e per certi versi misteriosamente fantascientifiche.

Pynchon e Paul Thomas Anderson sono interessati infatti alla creazione di un racconto macchina del tempo, capace di ricondurre lettori, autori e personaggi delle due opere indietro nel tempo, tanto da riportarli in quei luoghi così particolari e in quel contesto politico e sociale ormai profondamente mutato e per forza di cose cancellato.

Interessante è il punto centrale legato al tema hardboiled:  la critica politica e sociale.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
La bibliografia in edizione estera del misterioso romanziere e filosofo Thomas Pynchon

Pynchon sulla la critica politica e sociale dell’hardboiled

Thomas Pynchon non si fa forte del modello hardboiled per gettarsi a capofitto in quell’immaginario dark e pessimista con il desiderio di raccontare la perdita della speranza. Lo fa piuttosto per veicolare un messaggio chiaro, forte e palese che soltanto attraverso l’hardboiled è in grado di comunicare e consegnare con grande schiettezza e volendo cinismo.

Infatti Pynchon si serve di quel modello e dei suoi elementi base per articolare un’esplicita critica sociale e politica che muove i suoi intenti attraverso la potenza del dialogo fiume – spesso allucinato e confuso – e l’azione quasi sempre eversiva e scorretta, a partire dall’uso sfrenato ed esplicito di droga e alcol.

Tutto pur di mostrare le ipocrisie e i danni di una società cieca, decadente, degradata, corrotta e criminale.

Ciò che Anderson come autore cinematografico abbraccia completamente senza alcuna riserva è quella complessità tipica del Pynchon narratore, individuabile nella mancanza pressoché continua di chiusura del periodo e del pensiero, così come nell’uso della disgiunzione temporale e dello slittamento e accavallamento tra livelli diegetici.

Il romanzo e il film godono infatti di un elemento rilevante e inedito, ossia l’apparente mancanza di struttura. Due mostri confusi e muta forma senza uno scheletro ordinato, bensì scomposto e in continuo mutamento.

Vizio di forma – nella sua materia letteraria e cinematografica in continuo mutamento e scomposizione –  giunge perfino a cibarsi di se stesso, creando una sorta di impalcatura molto difficile da smontare per le sue incredibilmente varie e geniali digressioni, assurdità e citazioni.

Parodia sul potere – Subire l’erotismo, osservarlo e non viverlo.

Paul Thomas Anderson – Vizio di forma e il cinema

Il settimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, facendosi portatore sano di una scelta apparentemente suicida e folle, come quella di tradurre l’immaginario letterario e filosofico di Pynchon per il cinema riesce in pieno nella sua grande capacità d’afferrare la narrativa densa, labirintica e caleidoscopica del romanzo, a tal punto da renderla ora più che mai cinematografica e del tutto celebrativa degli strumenti che sono propri del cinema ed invece estranei alla letteratura.

Tra i molti: l’uso e il gioco di fotografia che modella e crea veri e propri spazi e scenari, talvolta inconsci e legati ad una non realtà, talvolta realistici e tristemente calati nell’ordine e nell’immaginario delle cose e degli eventi sociali e politici.

Anderson riesce in tutto questo, a partire dal lavoro che insieme a Robert Elswit compie sulla direzione della fotografia del film, dunque una di quelle molte tecniche cinematografiche chiaramente inafferrabili dal romanzo che doveva e poteva accontentarsi soltanto delle sensazioni date dal descrittivismo esagitato e iper-dettagliato dei colori, toni e atmosfere delle azioni e dei dialoghi che sono da sempre cifra stilistica di Thomas Pynchon.

L’iperbolica e apparentemente inspiegabile trama del film poi, non è altro che un’indagine della mente e dell’anima nella società in evoluzione.

Il detective buffo dell’immaginario Pynchon/Anderson – Doc Sportello – L’ultimo degli hippie

Ma è molto altro, poiché ben presto si fa parabola sull’elaborazione del sentimento e dell’emozione (individuale e collettiva) che al pari di quella stessa società sono mutati, mutano e continueranno a mutare senza sosta, provocando senza alcun dubbio scossoni e producendo laceranti e significativi punti di non ritorno.

Non è però inspiegabile l’opera (letteraria e cinematografica) Vizio di forma, proprio perché come già detto, gli stilemi e le basi sono quelle dell’hardboiled e del poliziesco noir, in cui il ragionamento non può che condurre ad una palese e coerente soluzione.

Il contrasto tra l’aspettativa generica di chiarezza e la realtà testuale dell’oscurità e del caos è chiaramente uno degli effetti estetici primari del film e del romanzo e forse è proprio questo a rendere complesso l’avvicinamento all’opera e dunque alla sua piena comprensione.

Ciò che è evidente fin dalle prime sequenze del meraviglioso film di Anderson è però qualcosa che all’opera letteraria manca quasi interamente e che ne facilita l’interpretazione e la lettura, cioè il carattere estremamente cinefilo di Paul Thomas Anderson che ora si ritrova a dire la sua non soltanto rispetto al cinema, ma anche su di un immaginario letterario che ha ricevuto e accolto e mai creato.

Si può dire che Anderson sia riuscito a plasmare con grande efficacia quell’immaginario portandolo all’interno del suo personalissimo universo, fatto di riferimenti, tecnicismi, strizzate d’occhio e consapevolezze cinefile dissimulate nella grande indolenza che è poi tipica e centrale rispetto agli ambienti e al protagonista del film: Larry Sportello detto “Doc” (Joaquin Phoenix).

Vizio di forma e il caos del riferimento artistico, religioso, filosofico, cinematografico e letterario. L’arte che si ciba dell’arte.

Doc Sportello – Il personaggio simbolo a cavallo tra realtà opposte

Sportello è un investigatore privato hippie che nella Los Angeles ormai alla deriva del 1970 si ritrova per amore e forse per salvezza (e risveglio), ad indagare e vivere un caso molto particolare che si dipana tra ricatti, bugie, tradimenti, droga, malavita e misteriose organizzazioni.

Una trama molto classica del cinema e della letteratura hardboiled/noir, eppure il suo personaggio non è affatto quello che sembra.

Il classico esempio di eroismo hardboiled infatti, com’è ben noto è proprio il Philip Marlowe di Chandler, che è notoriamente associato, nella pagina di apertura di The Big Sleep (1939), alla figura di “un cavaliere in armatura scura che salva una donna, ma che opera al di fuori e spesso in opposizione al sistema di polizia ufficiale”.

Confrontandolo dunque a Doc Sportello dell’opera Vizio di forma, si ha un chiaro contrasto tra protagonista hardboiled classico e creatura dell’immaginario Pynchon/Anderson: nell’apertura del film, il cliente (ed ex fidanzata) di Sportello, Shasta Fay visita l’investigatore, ma non all’interno di un ufficio, piuttosto a casa sua.

Un passaggio questo che conduce la professionalità e maturità di una traccia narrativa solida e rigida, ad una dimensione domestica, amatoriale e de-professionalizzata.

Doc Sportello – la solitudine e il sentimento di non appartenenza rispetto ad una realtà tristemente mutata

Altra distinzione la si ha rispetto alla comparsa in scena della violenza e dello scontro fisico: mentre quello classico appare feroce, fisico, virile e spietato, in Inherent Vice, la sparatoria finisce con un piagnucolio piuttosto che con un botto, dunque in una dimensione infantile e a tratti demenziale. Doc fa parte di questo mondo ma di fatto non gli appartiene.

L’investigatore duro non deve essere mai consapevole di sé stesso come un eroe, deve esserlo per istinto, per inevitabilità, senza pensarci e certamente senza dirlo.

Un eroismo inespresso, inarticolato e in nessun caso realmente esaminato.

Doc Sportello è sì un uomo virile, ma assomiglia molto poco allo stereotipo noir e hardboiled del detective maschio, schivo e cupo che nulla può scalfire e alla ricerca costante di una giustizia apparentemente irraggiungibile.

Questo lo si trova nella sua attenzione paradossale e ironica al look e all’estetica, a partire dai capelli che addirittura variano dalla prima alla seconda parte del film per un capriccio dello stesso Doc Sportello.

È difficile immaginare che Sam Spade o Continental Op o Marlowe potessero dedicare così tanto tempo e attenzione ai loro capelli.

Sportello poi non è una figura fisicamente minacciosa, piuttosto è una figura comica e macchiettistica.

Laddove Chandler insiste sulle dimensioni e l’attrattiva di Philip Marlowe, Pynchon e Anderson ridicolizzano l’estetica e la semplificazione dell’aspetto come arma attrattiva, rendendo il loro personaggio estremamente buffo, goffo e come già detto infantile e addirittura disinteressato alla partecipazione attiva nella sessualità.

Anderson e Pynchon: decostruzione dei miti classici lavorando tra ironia, grottesco e humor alto

Doc è infatti oggetto passivo di una sessualità femminile disinibita e libera, a partire dalla sua visita alla sala massaggi Chick Planet, dove si ritrova osservatore eccitato (ma pur sempre passivo) di una scena fortemente erotica a due che non vede da parte sua alcuna partecipazione diretta.

Pynchon e Anderson riscrivono dunque gli stilemi fortemente machisti dell’hardboiled e del noir, lavorando in opposizione. Dando vita cioè ad una nuova idea di hardboiled e noir.

Quella che operano è a tutti gli effetti una grande rinascita che può effettivamente essere tale solo se capace di scardinare quegli antichi stereotipi, a partire dalla messa in discussione della mascolinità, fino alla scelta di una nuova attrattiva, non più estetica ma filosofica e del pensiero.

Il fascino di Doc Sportello sembra risiedere infatti nel suo radicalismo antiautoritario, nella sua evocazione di un mondo perduto in cui si poteva resistere al potere, se non sempre nella realtà, almeno nell’immaginazione, abbracciando il ritorno ad un’epoca più innocente e meno compromessa.

Il pericolo è sempre più misterioso – Caos e onirismo del nuovo hardboiled

La regia e le scelte stilistiche di Paul Thomas Anderson

Anderson mette in campo lo stile registico che lo contraddistingue fin dai tempi di Boogie Nights, tra dissolvenze incrociate e piani sequenza, facendo però un’operazione sorprendente, quasi alla Snyder-Watchmen, prestando cioè estrema fedeltà al testo di provenienza, fino all’eccesso.

Probabilmente l’unico approccio cinematografico e autoriale possibile, rispetto alla prosa espressionista, multidimensionale, immaginifica e costantemente onirica di Pynchon.

Così il film si rivela un lungo viaggio senza freni, colmo di digressioni, poesia, vitalità e aspra critica sociale e politica nei confronti della storia di un paese ormai in ginocchio e piegato sulle sue stesse contraddizioni e ipocrisie.

Ciò che però rende il film realmente dinamico, nonostante i toni dolenti, rassegnati e al passo con lo sballo pigro di Doc Sportello e compagnia, è proprio il suo carattere estremamente variegato.

L’universo di Vizio di forma è infatti un calderone di individui e situazioni paradossali, assurde e tristemente comiche, tra cui: fantomatiche organizzazioni criminali internazionali (Golden Fang) che si invischiano in affari loschi con piccole sette pseudoreligiose (ma non per questo meno pericolose) e poi ancora bande di motociclisti nazisti si scontrano con gli ultimi hippie, tossici di alto e basso livello rimasti, fino alle “camminate sul viale del tramonto” delle numerose celebrità (fittizie ma ispirate a persone realmente esistite) e infine la polizia corrotta che allo stesso tempo controlla e affossa l’ordine dei fatti e delle cose.

La violenza goffa e divertita di Paul Thomas Anderson

La corruzione avvolge Los Angeles, come a scongiurare una qualsiasi salvezza, o ritorno all’ordine, ed è proprio per questo che Anderson sembra consegnare ancor più ferocemente un messaggio: tutto sta fallendo, non si può più risalire, siamo destinati al caos della violenza, del degrado e della corruzione.

Un messaggio che nasce inevitabilmente nel confronto tra il meraviglioso e fortemente nostalgico flashback che rievoca la corsa di Doc e Shasta sotto la pioggia al tempo del loro amore e la condizione che Doc vive nell’immediato.

Il luogo così magico di quel ricordo e di quella notte è ormai scomparso, al suo posto soltanto la desolazione e un enorme e anomalo palazzo: i tempi cambiano ed è l’avvento della società moderna.

Da qui la presentazione di uno scenario narrativo (e filosofico) sulla crisi di un’era in declino, su cui intervengono più riferimenti storici: dagli omicidi della Manson family, alla caduta e disgregazione del Flower Power e della controtendenza e poi ancora la fine della rivoluzione sessuale e della psichedelia libera.

Il lungometraggio di Anderson riesce a raccontare tutto questo senza pesare mai né sulla regia, né sulla sceneggiatura, proprio per la sua struttura incredibilmente efficace da cinema corale, ereditata da autori quali Robert Altman, Lawrence Kasdan e James Foley.

Individui che si incontrano e scontrano tra onirismo e realtà. Cosa è accaduto e che cosa è sognato?

Narrazione lineare e straniamento (d’altronde si tratta di un immaginario onirico e surreale) si fondono e confondono in un’esplosione di generi, toni, colori, tematiche e realtà sempre interessanti e mai prolisse o ripetitive.

Tutto questo lo si deve anche alla comicità che Anderson prende da Pynchon estremizzandola ulteriormente e che sembra muoversi tra due scritture che ormai conosciamo particolarmente bene, quella di Quentin Tarantino e quella dei Fratelli Coen.

Ancor più interessante è poi la motivazione che apre e chiude Vizio di forma – di carattere sorprendentemente romantico, per quanto estranea alla traccia narrativa non soltanto dell’hardboiled ma anche del noir – ossia un innamoramento, un sentimento che è vissuto e che poi si è perso lungo la strada e che forse può essere ancora ritrovato.

Lo stesso sentimento che Doc Sportello ha provato, prova nel momento dell’indagine e che molto probabilmente continuerà a provare per Shasta Fay (Katherine Waterstone), il secondo angelo del film, poiché il primo è proprio la narratrice, Sortilège (Joanna Newsom).

Caos, follia e comicità – Il viaggio nella notte

Shasta Fay – L’amore che dà inizio al caos

Shasta Fay appare inafferrabile, sensuale e meravigliosa seppur parte dello stesso squallido immaginario di Doc Sportello.

Anderson da regista colto e capace, sceglie di spogliare il suo angelo fisicamente e psicologicamente consegnando a noi spettatori e a loro (Shasta e Doc) la realtà dei fatti: Shasta è già mutata come la società che i due vivono, è già oltre, è più forte, tanto da poter addirittura sottomettere e muovere i suoi uomini come delle pedine, senza dare alcun contributo.

Così comincia il film e così si conclude, con la manipolazione fisica e psicologica di Shasta Fay Hepworth ai danni di Larry “Doc” Sportello.

L’indagine sul male che nasce dall’amore e dal male allo stesso tempo.

Shasta Fay – Angelo e corpo inarrivabile. L’oggetto del desiderio, generatore di caos, follia e guai.

Dall’amore poiché Doc ancora ama Shasta, dal male poiché Shasta rappresenta fin dal principio la concretizzazione di quel processo evolutivo che Doc ha rifiutato e per il quale ha sofferto, poiché gli è estraneo per natura e scelta.

Divertimento buddy movie e nostalgico hardboiled si sommano al racconto di un sentimento malinconico e poetico che forse è già e in via definitiva, alle spalle dei personaggi, dell’autore e del pubblico.

Un sentimento che si colloca in un immaginario spazio-temporale in continuo mutamento, tale da indurre ad una resa crudele ma necessaria tutti i personaggi primari e secondari dell’opera Pynchon/Anderson, senza sconto alcuno.

Paul Thomas Anderson in Vizio di forma rielabora l'immaginario letterario di Pynchon, tra nichilismo e onirismo, tra noir e hardboiled
La vena poeticamente (e stranamente) romantica dell’universo hardboiled di Thomas Pynchon e Paul Thomas Anderson

Nessuno si salva e tutti sono destinati a perdersi e a crollare dinanzi al cambiamento.

Una realtà questa che Anderson veicola in un finale colmo di ironia nonsense, l’ultimo paradossale incontro tra Doc Sportello e la sua nemesi Christian “Bigfoot” Bjornsen (Josh Brolin), durante il quale i due insieme si sballano all’eccesso.

Pynchon al contrario lo veicola nella più totale cupezza e desolazione: non vi è alcun ultimo incontro. Non vi è alcuna ironia, seppur amara. Soltanto Doc Sportello che guida nelle nebbie fino a perdersi… si ritroverà? Non ci è dato saperlo, lui però si augura che tutto bruci, fino a distruggersi definitivamente.

Leggi anche: Vizio di forma – Alla Ricerca di un Amore Perduto

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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