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Nuovomondo – Spaccato di un’Italia migrante

Nuovomondo di Emanuele Crialese – Lo spaccato di un’Italia migrante a cavallo dei secoli XIX e XX

Attraverso il cinema abbiamo cercato di realizzare un mosaico che ritraesse i vizi, i pregi, le abitudini e la storia travagliata degli italiani. Li abbiamo visti durante la Seconda guerra mondiale e li abbiamo analizzati negli anni ’60, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Oggi aggiungiamo un’altra tessera a questo mosaico, raccontandovi di quegli italiani che tra fine ‘800 e inizi ‘900 emigravano in America sperando in una rinascita. E in particolare vogliamo concentrarci sul viaggio in mare che precedeva l’agognato sbarco e sulle speranze di migliaia di persone che lasciavano la patria.

Sarà attraverso Nuovomondo (2006) di Emanuele Crialese che proveremo a leggere questa pagina di storia.

Il protagonista è Salvatore Mancuso, il quale dopo aver visto una foto proveniente dall’America, ritraente un ortaggio enorme, decide di lasciare tutto e partire coi suoi cari in direzione Nuovomondo. Dopo aver venduto tutti i suoi beni, Salvatore, con i figli e la madre, è pronto ad affrontare il viaggio per “scoprire” l’America.

La traversata in mare è infinitamente triste, migliaia di persone vengono stipate in cabine piccole e inospitali, costrette a dormire in scomode brandine di legno piazzate le une accanto alle altre. Nonostante il soggiorno in nave non sia dei migliori, la sola prospettiva di un futuro stabile li anima a non farsi prendere dallo sconforto.

In Nuovomondo, Emanuele Crialese ci racconta il viaggio e le ambizioni di migliaia di italiani che si imbarcavano alla scoperta dell'America
Nuovomondo – Salvatore, la sua famiglia e Lucy pronti per imbarcarsi

Crialese in Nuovomondo si concentra sui particolari e sulle tradizioni popolari dei contadini siciliani.

I suoi protagonisti sono intrisi di realismo tanto da parlare in siciliano e così attaccati alle loro tradizioni da portarle con sé. A riconferma del fatto che sradicare le proprie radici è da sempre compito difficile.
Su quella nave ci sono tante persone accomunate dalla povertà e dalle origini umili, fatta eccezione per Lucy (italianizzata Luce da Salvatore e dagli altri passeggeri della nave).

Lucy è una giovane ragazza inglese che sin da subito si distingue. Lei, infatti, proviene da una famiglia borghese e dopo la caduta in rovina decide di ricominciare da zero, e quale posto migliore dell’America?

Lucy è una donna forte e padrona del proprio destino, è sfacciata e non ha paura di chiedere ciò di cui ha bisogno.

A causa di questo suo atteggiamento, tuttavia, non viene vista di buon occhio dalle altre donne, che vengono da una cultura decisamente arretrata rispetto a quella di Lucy. Ciononostante ella non ha bisogno di niente e nessuno: è intelligente e sa di esserlo, eppure le manca qualcosa, ovvero un marito, poiché paradossalmente senza un marito non sarebbe potuta rimanere in America.

Non per amore quindi, ma per convenienza, quasi a voler far intendere di non aver bisogno di un uomo che la completi. Lucy è talmente avanti con i tempi che sarà lei a fare la proposta a Salvatore, il quale accetta.

Chiaramente Lucy simboleggia il femminismo che di lì a qualche decennio si affermerà sempre di più.

In Nuovomondo, Emanuele Crialese ci racconta il viaggio e le ambizioni di migliaia di italiani che si imbarcavano alla scoperta dell'America
Nuovomondo – Lucy

Vecchio e Nuovomondo

Non tutti però sono entusiasti e, a contrastare l’euforia di Salvatore c’è la reticenza della madre, Donna Fortunata, e del figlio Pietro (muto dalla nascita). Donna Fortunata fatica ad adattarsi a questo nuovo modo di pensare e non lo accetta. È anziana e ha trascorso tutta la sua vita a Petralia, dunque da un lato è logico che non voglia stravolgere la vita che le resta da vivere.

Donna Fortunata non vuole ricominciare, non ne sente l’esigenza e non riesce ad adattarsi al cambiamento. Trova più confortante rimanere nel suo piccolo paesino, circondata dal suo bestiame e dai suoi campi. Pietro, dal canto suo, fa di tutto per risultare inadeguato ai controlli perché teme la novità. È consapevole che dovrà affrontare situazioni più grandi di lui e non sa quanto sia abbastanza pronto per costruirsi una nuova vita.

Alla fine del film, Donna Fortunata e Pietro saranno costretti a rimpatriare, ma proprio quando meno ce lo saremmo aspettati, ecco il colpo di scena: Pietro recupera la parola.
La nonna aveva detto loro che sarebbero dovuti rimanere in America, che il loro posto era là e che lei sarebbe dovuta ritornare in Sicilia, a Petralia.

Pietro ha avuto una sorta di epifania: dentro di sé aveva compreso che non sarebbe stato impossibile per lui affrontare l’America, era finalmente pronto, e come una sorta di miracolo la voce gli ritorna come se non fosse mai stato muto. E, senza alcun dubbio, Donna Fortunata ha contribuito a far maturare in lui tale consapevolezza.

Dandogli la sua benedizione, di fatto, gli fa comprendere che in quanto giovane ha il diritto di costruirsi un avvenire e che non deve rimanere intrappolato in una terra che non ha nulla da offrirgli.

«Cu lassa u vecchio pu u nuovo, sape chiddu chi lassa, ma nun sape chiddu c’attruova».

(Chi lascia il vecchio per il nuovo sa quello che lascia e non sa quello che trova)

(Proverbio siciliano)

Non sempre chi soleva emigrare trovava un posto migliore ad attenderlo e quindi ci si poneva la domanda: “ho lasciato la mia terra e la mia famiglia per fare la stessa vita o per una peggiore?”.

A porsi tale quesito è Rosa (Isabella Ragonese), una giovane siciliana costretta, per poter rimanere in America, a sposare un uomo che potrebbe essere suo padre. Rosa sa che per lei non ci sarà nessun miglioramento, dovrà rendere conto a suo marito come faceva prima con suo padre.

Ed è a questo punto che si domanda se abbandonare la propria famiglia, per venire trattati come degli appestati nel Nuovomondo, abbia realmente un senso.

Quel viaggio turbolento, i controlli umilianti a Ellis Island, vendere tutti i propri beni per imbarcarsi, è valso a qualcosa se poi si continuerà a svolgere quella stessa vita dalla quale si voleva evadere?

Emigranti italiani in attesa di imbarcarsi in direzione Nuovomondo

D’altronde, per citare un altro proverbio siciliano, «megghiu u tintu accanusciuto ca u buono a canuscere» (tradotto: è meglio un cattivo conosciuto piuttosto che un buono sconosciuto).

Salvatore, Lucy e i suoi figli alla fine rimangono nel Nuovomondo. Non sappiamo se avranno successo o se rimpiangeranno la loro terra natia. Lo spettatore può solo sperare che le cose vadano per il meglio.

Non conosciamo le sorti dei nostri protagonisti, ma sappiamo, tramite lettere e testimonianze, come la storia ha visto vivere gli italiani in America.

«Cari Genitori o ricevuto il salame che mi avete mandato e lo trovato molto buonissimo e mi e proprio piaciuto sono a ringraziarvi del bene che avete verso il vostro figlio. Cara mamma sento pure nella tua letterina che mi dici che ti dica se non cio più intensione di venire in Italia vedrai che io in america non ci starò tanto tempo perché amè l’america a me non piace mica troppo».

(Lettera di un emigrato italiano alla famiglia) 

Famiglia siciliana emigrata a New York

«Cara moglie per laffare di stare separate non è colpa mia è colpa della miseria perché se uno cia aveva la robba assai non ci faceva bisogne di venire qua ci stavamo in sieme e gotavamo e così io soffre qua e tu soffre la».

(Lettera di un emigrato italiano alla moglie)

Alcuni hanno avuto fortuna, altri hanno avuto pane amaro, altri hanno vissuto la solitudine e l’emarginazione. Altri ancora raccontavano di quanto si siano sentiti umiliati durante i controlli psicologici e sanitari.

Venivano spogliati dei loro vestiti e costretti a lavarsi nelle docce comuni, senza alcuna intimità. Le donne non potevano scegliere con chi sposarsi, ma venivano date in sposa al miglior offerente. Gli immigrati vivevano nelle periferie della città e non sempre ricevevano i trattamenti migliori.

In Nuovomondo, Emanuele Crialese ci racconta il viaggio e le ambizioni di migliaia di italiani che si imbarcavano alla scoperta dell'America
Lettera di Bortolo Rosen, emigrante italiano

Queste lettere parlano da sole, non bisogna aggiungere altro. Ecco un’altra storia italiana tutta da raccontare.

«Io no nun torno me ne resto fore
E resto a fatica’ pe tutte quante
Jo c’aggio perzo a patria casa e onore
Io so’ carne ‘e maciello so’ emigrante

Pe’ nuje ca ‘nce chiagnimmo
‘O cielo e napule
Comm’ è amaro stu’ pane»

(Roberto Murolo, “Lacreme Napulitane”)

Leggi anche: Sogni d’oro – Nanni Moretti e la nevrosi dell’esistenza

Alessandra Cinà
Nata a Palermo nel 2001, studentessa di lingue e letterature straniere. La mia linfa vitale? Il cinema,la musica e la letteratura.

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