Home Il Mondo tra Anime e Animazione Sul significato di Zima Blue – Arte, verità e coscienza

Sul significato di Zima Blue – Arte, verità e coscienza

Arte, verità e coscienza si tingono d’azzurro. Presi singolarmente, ciascuno di questi tre temi sarebbe sufficiente a intrappolare eternamente la mente di chi si trova a indagarne la natura. Eppure la serie d’animazione Love, Death & Robots, con l’ultimo dei suoi episodi antologici, Zima Blue (durata dieci minuti!), riesce a offrirne un affresco incomprensibilmente completo, tanto da rassomigliare alla reminiscenza di una conoscenza perduta.

Zima Blue è un famoso artista che scoprirà, attraverso l’arte come fine, la verità sulla propria natura, raggiungendo la consapevolezza di essere egli stesso arte, ma come mezzo. Invero l’arte, prima di qualsiasi sua declinazione nell’ambito della rappresentazione, è téchne, tecnica, vale a dire l’insieme delle conoscenze e degli strumenti necessari all’esercizio di attività manuali o intellettive: in due parole, la tecnica identifica il “saper fare”.

Quello fra tecnica e coscienza era un rapporto problematico già prima che l’arte (ri)nascesse come pura finalità. Quando l’uomo primitivo usava un bastone per riuscire ad arrivare ai frutti più alti non era certo consapevole del fatto che quello fosse qualcosa di intermedio fra lui e la natura: uno strumento. Il bastone, in un certo senso, cioè l’uso del bastone, permetteva all’uomo di riscrivere la realtà naturale, da sempre discriminante di ciò che si può fare e di ciò che non si può fare.

Zima Blue, con un dettaglio dal significato sempre più ingombrante, riuscirà a connettere il particolare con l’universale.

Nel corso della storia della civiltà umana l’esperienza artistica si è gradualmente distanziata dall’esperienza tecnica, andando a costituirsi come un indipendente complesso teleologico di natura estetica – persino estatica in certi casi.

Claire: «A quel punto si lanciò alla ricerca di un contatto con il cosmo. Ma quello che Zima scoprì alla fine, fu che il cosmo stava già raccontando la sua verità, di certo meglio di quanto lui avrebbe potuto».

Difficile dare un significato univoco o esaustivo di arte, tante sono le connotazioni delle quali si veste, né la lunghezza e la complessità del tema permetterebbero di trattarlo in questa sede. Eppure, fra le fessure della coscienza, da sempre striscia invisibile l’idea che l’arte sia visione del vero, sguardo universale scritto e fissato nella lingua del particolare.

Non ne sarebbe stato troppo felice Platone, per il quale di universale c’erano solo le idee che abitavano l’Iperuranio. Tanto più che l’arte, nel suo sistema filosofico, era distante dal vero non un grado bensì due, poiché imitazione delle imitazioni, ovvero imitazione delle cose sensibili. L’esperienza artistica veicolava, dunque, in modo imperfetto, una conoscenza imperfetta.

«Allora l’arte imitativa è lungi dal vero e, come sembra, per questo eseguisce ogni cosa, per il fatto di cogliere un piccola parte di ciascun oggetto, una parte che è una copia».

(Platone, La Repubblica, X libro, 598b)

Zima Blue, con un dettaglio dal significato sempre più ingombrante, riuscirà a connettere il particolare con l’universale.

Zima Blue, con un dettaglio dal significato sempre più ingombrante, connette il particolare con l’universale e, inevitabilmente, deciderà di slegare l’arte dalla coscienza di sé.

Quel quadrato blu, invero, definisce le coordinate e le finalità del suo universo, liberando la sua arte – ricordate, leggasi saper fare – da ogni sovrastruttura. Il pensiero razionale, la coscienza di sé, la capacità di seguire il ritmo dell’universo, financo lo sguardo artistico in grado di raccogliere brandelli di verità dagli invisibili interstizi del cosmo: niente dà un senso di completezza a Zima Blue quanto un semplice compito, quanto saper fare qualcosa senza averne coscienza.

A tal proposito, splendida è la metafora degli innesti cibernetici, che in fin dei conti sono essi stessi sovrastrutture, seppur fisiche. Aggiungere una parte meccanica, in sostituzione o a completamento di una parte biologica, avrebbe permesso a Zima Blue di ricostruire la propria natura, rovesciando il punto di vista iniziale con un estremamente poetico cliffhanger.

Invero, il dubbio che si rivela nella mente della giornalista Claire Markham alla fine della storia di Zima ricorda molto il noto racconto di Zhuangzi, dove l’uomo che ha appena sognato di essere una farfalla, svegliandosi, non sa più se lo è oppure se è una farfalla che ha appena iniziato a sognare di essere un uomo. Parimenti, chissà se Zima Blue è un uomo con pezzi di macchina oppure se è invece una macchina che pensa di essere un uomo.

A maggior ragione, inoltre, considerando se sia possibile districare le differenze che potrebbero esserci fra un uomo e una macchina che ha coscienza di sé.

Scucitosi di dosso ogni pezza umana, non resta che privarsi del gravoso dono di una coscienza ossessionata dal significato di uomo e dal suo (presunto) fine. In effetti è terribilmente arduo rendersi conto di quanto sia difficile essere umani e, soprattutto, di quanto sarebbe insostenibile per chi, non nascendovi, lo diventasse.

Molto più semplice essere una macchina, specialmente per chi ha origine come tale, in un universo di colore blu e dalle geometrie semplici. Verità e coscienza, in un simile cosmo, si fondono nel concetto di arte, nella misura in cui non potrebbero avere un’esistenza semantica e concettuale separata e indipendente da quest’ultima.

Zima Blue: «Distruggerò me stesso, e lascerò quanto basta per apprezzare il mio ambiente. Da questo otterrò il semplice piacere di un compito ben eseguito. La mia ricerca della verità alla fine si è conclusa. Sto tornando a casa».

Zima Blue nasce dall’arte e, dopo essersi nutrito d’arte senza colmare il proprio senso di inquietudine esistenziale, vi fa ritorno.

Zima Blue, con un dettaglio dal significato sempre più ingombrante, riuscirà a connettere il particolare con l’universale.

D’altronde sono stati molti gli artisti che non sono riusciti ad afferrare e cibarsi di una verità così a lungo bramata, o anche semplicemente a figurarla, a rappresentarla, oppure, ancor di più, a trasfigurarla. Chissà se la delusione di cui parla Merleau-Ponty investirebbe anche l’artista che nel blu ha riscoperto il sinolo di essenza ed esistenza.

«Ma questa è la delusione del falso immaginario, che reclama una positività per colmare perfettamente il suo vuoto. È il rimpianto di non essere tutto. Rimpianto che è anch’esso infondato. Giacché se non possiamo, né in pittura né altrove, stabilire una gerarchia di civiltà né parlare di progresso, non è perché un qualche destino ci trattenga indietro, ma perché, in un certo senso, la prima pittura andava già sino in fondo all’avvenire».

(Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito)

Probabilmente, nemmeno la lettura de L’occhio e lo spirito (1961) avrebbe persuaso Zima sul ruolo dell’arte, perché il rimpianto di non essere tutto – di non aver trovato una verità universale – viene sostituito dall’inconsapevole serenità di essere – e di fare – quel poco che è sufficiente a vivere nel proprio ambiente.

Leggi anche: True Detective – Rust Cohle e Wayne Hays tra Coscienza, Ragione e Memoria

Edoardo Waseschahttps://www.artesettima.it/author/edow91/
Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Mescolare ma non agitare. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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