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La 25ª ora – Fuck You!

La 25ª ora – Fuck You!

«Ora, quali amorosi uccelli rapaci,

divoriamo ad un tratto il nostro tempo

piuttosto che languire nelle sue lente fauci.

Ravvolgiamo ogni nostra forza ed ogni

nostra dolcezza in un unico globo;

ed avventiamo i nostri piaceri con rude violenza

oltre i ferrei cancelli della vita.

Così, sebbene non possiamo indurre il nostro sole

a star fermo, almeno lo faremo correre».

(Andrew Marvell,“To His Coy Mistress” )

È con un carpe diem puritano che si può afferrare lo spirito de La 25ª ora, un film che invita a raccogliere ogni istante della propria esistenza con spirito rapace, affamato. 

Monty Brogan, ex spacciatore di droga, condannato a sette anni di prigione federale a causa di una soffiata anonima viene seguito nelle sue ultime ventiquattro ore da uomo libero, in giro per la sua città, New York, protagonista silenziosa, ma incontenibile nella sua potenza visiva: una gigante dalle ferite ancora aperte, provocate dagli eventi dell’11 settembre. 

Pellicola del 2002, diretta da Spike Lee, La 25ª ora oltre a un cast d’eccezione tra cui figurano Edward Norton, Philip Seymour Hoffman, Brian Cox e un comparto tecnico da sempre fedele al regista newyorkese, vanta il triste primato di mostrare, per la prima volta sul grande schermo, Ground Zero: un sepolcro senza salme che ci ricorda come certi dolori siano inaspettati, indelebili e incomprensibili.

La 25ª ora di Spike Lee, un memento mori e un carpe diem, nella New York spezzata dagli eventi dell'11 settembre.
Jacob (Philip Seymour Hoffman), osserva quel che rimane delle Torri Gemelle dall’appartamento di Frank (Barry Pepper)

Due fari blu accarezzano il cielo notturno al posto delle Torri Gemelle, come auree di fantasmi, incorniciati dalla New York che resta, solo all’apparenza, quella di prima. Vita e morte. Dolore e resilienza.

L’atmosfera lugubre che circonda il personaggio non fa altro che evidenziarne il suo slancio vitale, la sua smodata voglia di continuare a combattere per cogliere ogni attimo della sua vita scomposta e malsana, l’unica che ha.

I gemiti di un cane da combattimento, ferito probabilmente in uno scontro e prossimo alla morte, costituiscono l’ouverture de La 25ª ora. Triste ironia, verrà salvato dal protagonista, colpito dalla resistenza della bestia al dolore, dalla dignità che mantiene anche negli ultimi istanti di vita.

La 25ª ora di Spike Lee, un memento mori e un carpe diem, nella New York spezzata dagli eventi dell'11 settembre.
Monty (Edward Norton) passeggia nel suo ultimo giorno da uomo libero con il suo fedele cane Doyle

Le ultime ore di Monty da uomo libero diventano sintesi di un’intera vita. Una vita lacerata, che il protagonista cerca disperatamente di ricomporre, attribuendogli un senso.

In una corsa contro il tempo, cerca risposte, ma più si pone interrogativi, più i suoi dubbi aumentano.

Lo spettatore viene coinvolto nella ricerca della verità e indaga insieme a lui su ciò che gli è accaduto. Chi lo ha tradito? Cosa ne sarà di lui una volta varcata la soglia della galera? Sarebbe forse meglio suicidarsi? Scappare?

In uno dei monologhi più celebri de La 25ª ora, scritto da David Benioff, sceneggiatore dell’opera, nonché autore dell’omonimo romanzo da cui è tratta, Monty, come in veste di un Amleto newyorkese, sbigottito dalla vista di suo padre, presenza spettrale nella sua vita a causa dei suoi problemi di alcolismo, manda al diavolo il suo regno perduto, la sua città, i suoi concittadini, i suoi amici o presunti tali e ne denuncia le ipocrisie, i vizi, le debolezze, le violenze, le colpe proprie o improprie, reali o supposte.

È un vaffanculo al mondo, palcoscenico decadente nel quale ogni attore ha un ruolo buffonesco.

È un vaffanculo agli innocenti e ai colpevoli, difficili da distinguere anche a un occhio più allenato. 

È un vaffanculo alle iniquità e alle ingiustizie che permeano la società: dalla violenza fisica della polizia, ornata di medaglie al valore macchiate dal sangue afroamericano, la cui unica colpa è trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, alla violenza sessuale perpetuata furtivamente nelle sagrestie delle nostre chiese dal clero, che nuota nella melma del proprio peccato per poi pulirsi la coscienza in un angusto confessionale, prima di celebrare messa. 

È un vaffanculo a un dio che permette tutto questo, che sulla terra si è fatto uomo per pochi istanti, paragonati all’eternità che sette anni di carcere rappresentano per Monty. 

È un vaffanculo al terrorismo, a Bin Laden e ai fondamentalisti di tutto il mondo: vagabondi e vigliacchi, che non affronteranno mai una pena adeguata alle loro colpe.

È un vaffanculo agli ipocriti, amici e amanti di Monty, che gli sorridono nel suo ultimo giorno di libertà, ma che dopo la galera non oseranno guardarlo in faccia. 

Chi rimane, allora? Solo un’immagine allo specchio.  

Monty: «In culo a te, Montgomery Brogan. Avevi tutto e l’hai buttato via, brutto testa di cazzo!».

Non si può non rimanere incantati davanti alla potenza di questa scena, in cui parole, musica e montaggio diventano un unicum, un turbine incontrollato e incontrollabile nel quale il personaggio vaga in preda a una violenta euforia distruttiva, messa a tacere soltanto nel momento in cui ritorna in sé e, guardandosi allo specchio, vede l’unico vero esecutore materiale del suo dolore: se stesso.

Paradossalmente, tutto in questo monologo appare come uno slancio vitale, una voglia irrefrenabile di buttarsi nella mischia: seppur piena di nefandezze, di crimini, di tradimenti, di violenza. Monty ama profondamente quella vita, quella città che gli ha voltato le spalle.

Tema centrale della pellicola è la colpa: lo spettatore osserva i personaggi della vicenda e non può fare a meno di notare che nessuno di loro è innocente, nessuno di loro “è senza peccato”.

La 25ª ora di Spike Lee, un memento mori e un carpe diem, nella New York spezzata dagli eventi dell'11 settembre.
Naturelle Riviera (Rosario Dawson) compagna di Monty e giovane dalla sensualità mozzafiato

Dalla corresponsabilità nello spaccio di stupefacenti alle tendenze pedofile, dall’avidità e cinismo spietato, all’abbandono e all’alcolismo: ciascun personaggio che gravita attorno a Monty è contraddistinto da colpe per le quali non pagherà mai. Tutti i volti che sono apparsi sulla sua strada sono connotati da una sottaciuta, ma evidente, macchia: non aver mai provato a fermare il protagonista nella sua sfrenata caduta nel mondo della criminalità.

Spike Lee rende lo spettatore giudice unico di questo processo: posto che la responsabilità penale è personale, cosa ne è di quella morale? Posto che ciascuno è solo nello scontare la propria pena, cosa si può dire in merito alle circostanze che ci portano a commettere il reato? 

Non possono e non devono esserci risposte nette a questi dilemmi. Nell’ultima ora che separa Monty dalla soglia del carcere la verità cede il posto alla fantasia, alle ipotesi sul futuro del protagonista. Un futuro che può solo immaginare, una fantasticheria che può avverarsi solo in quei film in cui il lieto fine è dato per scontato. Eppure, in quell’ultima ora da uomo libero, la venticinquesima appunto, il sogno è tutto ciò che resta. Tutto ciò che non può essere portato via nemmeno quando si perde la libertà.

Nella solitudine con la quale ciascun uomo va incontro al proprio destino, sognare un’ora in più è l’istinto primordiale con il quale la vita stessa va avanti. Un sogno più doloroso della morte, ma unico sprazzo di luce in mezzo alle tenebre.

Leggi anche: La 25ª Ora – L’emarginazione di chi non ha scelta

Alessia Di Rella
"Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente!" - Little Miss Sunshine

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