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Adam ed Eva – Il rovesciamento del peccato originale

Certe storie hanno bisogno di un inizio, altre di una fine. Talvolta il tempo di un’intera storia non è sufficiente per redimersi, altre volte la redenzione avviene in un istante, letteralmente fuori dal tempo. La storia dell’uomo raccontata dalla Bibbia si interseca con quella raccontata da Baran bo Odar e Jantje Friese in Dark (2017-2020): in entrambe, Adam ed Eva rimangono intrappolati nel peccato originale.

La serie tv targata Netflix riempie il palato dello spettatore dei più disparati sapori, fornendogli un’esperienza unica per il proprio senso del gusto. Tra questi, molto marcata è la nota biblica, che risalta nelle pietanze della fisica, della filosofia e della fantascienza, andando ad arricchirne il sapore.

Tra i personaggi, oltre ai già citati Adam ed Eva, pongono l’accento sulla dimensione biblica Padre Noah e la trinità istanziata nella figura dello Sconosciuto.

Nota di particolare interesse proprio per il numero tre, che si ripresenta prepotentemente lungo tutta la serie: la triquetra a intervallare i tre piani temporali – o almeno quelli della prima stagione – distanti esattamente trentatré anni; i tre mondi sui quali vengono gettati dolore e morte; la sentenza che pronunciano sia Adam che Eva ai rispettivi se stessi più giovani e che richiama, per sineddoche, le fasi della vita. Senza contare il richiamo meta-seriale al numero tre, quante sono le stagioni di Dark.

Adam: «Una persona vive tre vite: la prima termina con la perdita dell’ingenuità, la seconda con la perdita dell’innocenza, e la terza con la perdita della vita stessa. Ineluttabilmente tutti attraversiamo questi tre stadi».

Ingenuità, innocenza e morte: nonostante l’esistenza venga definita da questi tre passaggi, il ripetersi di ogni vita, intrecciata con ogni altra, dilata la linearità stessa di questi passaggi, tanto da renderli causa gli uni degli altri, e viceversa. La morte di Martha per mano di Adam determina la perdita dell’ingenuità nel giovane Jonas, così come determinerà, nel tempo, la perdita dell’innocenza nel Jonas adulto, condannato a diventare Adam.

Adam ed Eva custodiscono, senza saperlo, le chiavi di un mondo fatto di castelli di carta. Sono ostaggio non solo del tempo, ma anche del loro creatore.

Interessante che a rompere l’equazione biblica sia proprio il creatore Tannhaus, che plasma dal proprio dolore i due mondi specchio. La creazione in Dark si trascina dietro l’asimmetria fra peccati e redenzione, rovesciando la natura stessa del peccato originale.

Diversamente dal libro della Genesi, nel quale Adamo ed Eva condannano se stessi e l’umanità a un destino segnato dal peccato originale, i nostri Adam ed Eva portano il peso, inconsapevolmente e assieme alla propria progenie, di un peccato originale che non hanno commesso. La redenzione dovrà passare necessariamente da peccatori senza peccato, slegando così sia il nodo biblico che quello narrativo.

Adam ed Eva costudiscono le chiavi di un mondo fatto di castelli di carta: sono intrappolati nel peccato originale del loro creatore.

A marcare quest’asimmetria, interviene anche la misura della pena. Dio condanna l’umanità a una vita mortale, sufficientemente lunga da redimersi dal peccato dei propri progenitori. Tannhaus condanna l’umanità a una vita immortale, ripetuta ciclicamente e sempre uguale a se stessa, per giunta senza possibilità di redenzione.

Non solo la misura della pena viene definita attraverso il tempo: la pena è il tempo stesso.

[…] Poi disse a Adamo: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero circa il quale io ti avevo comandato dicendo: “Non ne mangiare”, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con fatica tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai».

(Genesi 3, 17-19)

Ciò che è condanna per i primi sarebbe sollievo per i secondi, o almeno lo sarebbe per Adam, consumato dalla circolarità temporale. La mortalità, seppur comporti l’annichilimento del mondo e dell’umanità, è una condizione preferibile a quella che asseconda una sofferenza perpetua inscritta nel cerchio del tempo.

Nell’eterna guerra fra Adam ed Eva, il primo ha sacrificato l’amore per non dover più scontare la pena del peccato originale, mentre la seconda, al contrario, ha trovato nell’amore l’assuefazione a quella stessa pena.

Eva: «Redenzione o dannazione dell’anima. Possiamo cedere all’illusione di avere il nostro libero arbitrio, ma non possiamo fuggire al nostro destino. Inappellabile».

Seppur con intenti manipolatori, le parole che Eva rivolge a Jonas offrono uno sguardo che esperisce il fil rouge al quale è appeso il nostro destino. Redenzione e dannazione, però, sono esse stesse chimere, poiché vincolate a peccati che, una volta assolti, romperanno sì ogni illusione, ma anche quelle poche briciole di verità.

Invero, la redenzione non ha mai luogo né potrebbe averlo, perché il peccato si trova altrove, fuori dal disegno che infinite volte hanno tentato di riempire, l’uno con l’oblio, l’altra con il ricordo. In fin dei conti, però, di vero non c’è alcunché: i ricordi, il dolore, il libero arbitrio, l’amore, non sono altro che ostinate illusioni, semi-citando Einstein.

Ci penseranno Jonas e Martha a sciogliere il groviglio di tormento e rassegnazione che rotola senza pietà da un mondo all’altro. In un solo istante si redimeranno dalle azioni sin lì compiute e, soprattutto, da quelle che compiranno. Più di ogni altra cosa, la redenzione si estenderà al colpevole del peccato originale: il creatore Tannhaus. Afflizione e morte saranno riassorbiti dallo stesso e dal mondo originale, impedendone la rigogliosa crescita nei mondi specchio.

Certe storie hanno bisogno di un inizio, altre di una fine. Capita dunque che il peccato originale, piuttosto che al principio, sia posto alla fine di una storia, se non in senso cronologico, almeno in senso narrativo. Ecco perché alcune storie necessitano di una finale: per assecondare l’esigenza tipica dell’uomo di pensare che l’interruzione abbia un legame molto più forte con la condizione umana. Un legame che, ben lungi dall’esaurirsi nel ciclo vita-morte, permea ogni struttura del reale, sia questa sul piano fisico e biochimico oppure su quello dell’immaginazione.

Adam ed Eva costudiscono le chiavi di un mondo fatto di castelli di carta: sono intrappolati nel peccato originale del loro creatore.

Leggi anche: Dark – Il problema logico-gnoseologico del finale

Edoardo Waseschahttps://www.artesettima.it/author/edow91/
Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Mescolare ma non agitare. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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