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La Dolce Vita – La più vera ragione è di chi tace

Parlare de La Dolce vita è sempre un’ardua impresa, dato lo spessore e l’importanza di questo film all’interno del panorama cinematografico mondiale. Film spartiacque nella carriera di Fellini e nel cinema italiano (e non solo), esso si presenta come immensa opera di rappresentazione di un mondo che quasi balzachianamente prende respiro attraverso le immagini della pellicola. Il capolavoro del regista romagnolo ci mostra una serie di “episodi”, sequenze, legate da alcuni fili rossi tematici o semantici; mentre dal punto di vista della narrazione essa non si sviluppa temporalmente o scandita secondo un gusto caro al cinema classico.

Il protagonista, Marcello, interpretato da uno strepitoso Mastroianni, è un giornalista scandalistico con aspirazioni letterarie tanto forti quanto problematiche.

Mettiamo ordine. La sequenza di apertura ci mostra una Roma ripresa dall’alto, troviamo il nostro protagonista Marcello su un elicottero che sta trasportando una statua di Cristo e ciò attira l’attenzione degli abitanti della capitale provenienti da ogni classe sociale: dai lavoratori proletari presso i cantieri che durante gli anni del boom economico abbondano sullo stivale, alla nobiltà; fino ad arrivare alla borghesia.

Proprio a quest’ultima classe sociale sembrano appartenere le donne con cui Marcello cerca di interagire senza successo, a causa del rumore assordante del mezzo sul quale viaggia. Incomunicabilità su cui torneremo più avanti. Ora soffermiamoci sulla fondamentale essenza del protagonista.

Marcello è – come abbiamo detto – un intellettuale, cosa che gli procura una dose importante di dubbi e inettitudine (temi cari alla filmografia felliniana) che si risolvono in un’impotenza intellettuale e in una sospensione della propria vita in favore dello stato di “non vita” della capitale.

Via Veneto diventa teatro di una nazione che si sta trasformando e dei suoi uomini e donne che cercano affannatamente di starne al passo, spesso in maniera goffa, a volte riuscendoci, a volte andando in contro alla morte della propria volontà. Così i “paparazzi” (neologismo nato  proprio con questa pellicola) cercano lo scandalo, la notizia, la fortuna. Il mestiere, quello a volte subdolo del giornalista scandalistico, diventa metafora dell’individualismo che si stava diffondendo, della volontà di diventare qualcuno o qualcosa, di apparire agli occhi degli altri come protagonista. Il cinismo che ne scaturisce è in piena linea di intenti con il processo che a livello sociale ed economico si stava affermando.

Nel 1960 il neorealismo è ormai un cadavere maleodorante, i cineasti cercano qualcosa che vada oltre, qualcosa nel quale imprimere le proprie inquietudini esorcizzandole con le immagini; da ciò il cinema di Fellini, da ciò nasce questa pellicola, tra l’onirico, il metafisico e una realtà che da sola non sarebbe bastata.

Steiner: Qualche volta, la notte, quest’oscurità, questo silenzio, mi pesano. È la pace che mi fa paura. Temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un’apparenza, e che nasconda l’inferno. Pensa cosa vedranno i miei figli domani… Il mondo sarà meraviglioso, dicono. Ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto?

Sono queste parole usate da uno dei personaggi chiave del film, Steiner, amico di Marcello e figura anch’esso di’intellettuale, su cui il protagonista proietta i valori che vorrebbe propri. Egli è sposato, con due figli, possiede una casa dal protagonista definita “rifugio di armonia”. Tuttavia l’episodio dell’omicidio suicidio di cui Steiner si macchierà nei confronti della sua famiglia e di se stesso, rappresentano uno dei punti cardine della pellicola.

Questo personaggio rappresenta in maniera dualistica e dialettica l’intellettuale italiano diviso tra un conservatorismo (simboleggiato dal favore della chiesa) di fondo e un approccio sinistroide e intellettualistico. Egli è riuscito in quello in cui Marcello sa di non poter mai riuscire, ha affermato il proprio essere artista ed intellettuale, ricevendone il riconoscimento da parte della società. Tuttavia la torre d’avorio nel quale esso si è chiuso lo ha escluso da quel mondo così frenetico e veloce nel suo cambiamento, tanto da trasformare quella casa da “rifugio di armonia” in prigione nella quale scontare la propria noia esistenziale e la propria solitudine.

Nevrosi comune in un epoca così contraddittoria, che lo porterà a compiere il nefasto gesto.

Tornando a concentrarci su Marcello, egli ha una relazione sentimentale con Emma, relazione che non può bastargli e che diventa tuttavia specchio delle proprie insicurezze. In un mondo che va così veloce non c’è modo di fermarsi a riflettere, si può solo seguire il flusso di (in)coscienza alla ricerca di una possibile àncora o epifania. Così Marcello cerca stimoli in altre donne, dive del cinema, borghesi annoiate che sfogano la propria infelicità in orge. Tuttavia, tra numerosi incontri, l’unico che sembra toccare Marcello è quello con una giovanissima ragazza romagnola, bionda e dalla pelle candida che ritroveremo nel meraviglioso finale.

Tra le strade della capitale prendono vita i personaggi come sui rotocalchi dell’epoca, presenti ovunque. Personaggi che si muovono nell’ambiente urbano e suburbano, dalle prostitute ai nobili aristocratici. La Dolce Vita è il manifesto di un’epoca, di una nazione, di una tipologia di uomo che si stava affermando: l’uomo del tardo capitalismo, del consumo, alla ricerca spasmodica del successo e dell’approvazione da un mondo che egli non poteva più capire. Ecco il senso delle scene montate una dopo l’altra senza una evoluzione temporale ma con l’involuzione del nostro personaggio a livello spirituale e come sappiamo lo spirito non ha tempo per avere un tempo.

Fellini ricorre all’onirico, al metafisico, là dove il realismo o neorealismo avrebbe mostrato solo, per usare le parole di Gadda: “Un corpo morto ma senza slanci di emozioni e tragicità, un ammasso di carne senza vita e senza emozioni”. Altra sequenza simbolicamente affascinante è quella legata all’apparizione della Madonna, segnalata da due bambini e che subito si trasforma in fenomeno mediatico. Metafora del mondo alla ricerca dello scoop, metafora di una nazione con un piede nella tecnologia e l’altro nell’assopimento collettivo della ragione, tanto da credere senza un solo dubbio alla parola dei due bambini, i quali alla chiusura della scena si guarderanno ridendo per la burla riuscita perfettamente. L’italia è una contraddizione, gli italiani sono una contraddizione; il mondo è diventato contraddizione e ogni passo all’interno di esso alimenta la coscienza (come quella del povero Steiner), l’incoscienza, o l’inettitudine (di Marcello). La scena finale riallaccia i fili rossi e le scene a cui abbiamo assistito ricollegandosi direttamente alla sequenza di apertura.

Steiner: Sono suoni che non siamo più abituati ad ascoltare. Che voce misteriosa…sembra venire dalle viscere della terra!

Le voci non possono più giungere dalla comprensione del mondo razionale, dato che esso è divenuto ormai frammentario ed inconoscibile. Questa frase, di Marcello, è la dichiarazione di poetica di Fellini.

Tornando al finale, esso ci mostra il nostro protagonista in compagnia di alcuni borghesi con i quali aveva passato una classica noiosa serata borghese, su una spiaggia. Qui viene rinvenuta una Razza, morta arenata. Qualcuno afferma che essa sia morta da tre giorni, ipotesi a favore della lettura cristiana della vicenda. In che senso? Torniamo alla scena iniziale. Cosa poteva voler dire quel cristo che sorvola la capitale? Probabilmente esso rappresentava quei valori in qualcosa, la fede, la possibilità di conoscere il mondo attraverso una visione unitaria, al di là se giusta o sbagliata: ossia la fede.

Dall’elicottero però le voci non possono essere sentite, vige l’incomunicabilità, indicando probabilmente che nel 1960, in quel mondo moderno, nel nostro mondo, la fede non è possibile. Dio è morto, il laicismo ci ha condannati all’imponderabilità del tutto e la fede impossibile oltrepassa quella religiosa e diventa fiducia conoscitiva impossibile. La Razza dunque, è morta da tre giorni, proprio come Cristo.

Dio è morto dunque. Nei suoi occhi ricomponiamo le scene che abbiamo ammirato e nella nostra mente si forma una visione ampia del tutto. La giovanissima ragazza, emblema e metafora dell’innocenza e della grazia che il mondo ha perduto, ritorna, appare sulla spiaggia divisa da Marcello da una piccolo ruscello nella sabbia. Il protagonista la vede e prova a parlarle, essa gli risponde ma ciò che dice resta un mistero, in una impossibilità di comunicare. Due versi di Montale, che condivide molto della visione sulla società presentata da questa pellicola, possono spiegare questa condizione con poche parole:

La più vera ragione è di chi tace,

il canto che singhiozza è canto di pace.

Leggi anche: I Volti di Fellini: l’Innocente

Fellini: “L’unico vero realista è il visionario”

 

 

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