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Lars von Trier e Bertolt Brecht – Il Dogma dell’alienazione del pubblico

Lars von Trier è un personaggio estremamente difficile da trattare. Soprattutto perché è impossibile per chiunque attribuirgli una specifica definizione. Chi è infatti Lars von Trier? Un artista, un genio, un enigma da risolvere, uno sterile provocatore, un filosofo, un pensatore di bassa categoria, un innovatore, un regista misogino, un visionario. Queste sono (quasi) tutte le definizioni che vengono associate al cineasta danese da sempre. Tutte perfettamente giuste. Tutte clamorosamente sbagliate.

Probabilmente non esisterà mai una soluzione a questo rompicapo che va sotto il nome di Lars von Trier. Ed è questo il bello del gioco. Lo stesso gioco con cui lui si diverte a stuzzicare la psiche dei suoi spettatori. Per Lars von Trier il cinema è proprio questo. Un confronto con il pubblico. Una sfida a chi abbassa lo sguardo per ultimo. Una lotta impari tra chi l’arte la realizza e chi la fruisce. Il cinema di von Trier è diabolico. Perché altro non è che una lunga camminata in cui lo spettatore viene messo nella peggior posizione in cui una persona possa trovarsi. Quella in cui è costretta a esprimere un giudizio.

L’obiettivo ultimo di Lars von Trier non è quello di arrivare a tutti. Perché esiste una sottocategoria umana a cui lui tiene più di altre. Ovvero tutto quel gruppo di persone che, per via della loro cultura o della loro appartenenza sociale, si ritengono in qualche modo migliori di tutti gli altri. Migliori da un punto di vista morale. Queste sono le persone più reticenti a esprimere un giudizio. Perché l’espressione di giudizio, si sa, corrompe la purezza dello spirito. Si gioca a fare Dio quando si esprime un giudizio. Ed è in questo gioco che viene alla luce tutta l’ipocrisia di chi sta giocando.

Dunque, è proprio questo “spettatore elevato” la preda preferita di Lars von Trier.

Contestualizzando, questa idea del costringere il pubblico a giudicare ciò a cui si assiste, e i personaggi coinvolti nella vicenda, risale ai primi del Novecento con l’avvento del cosiddetto Teatro Epico; ovvero quel movimento teatrale in cui lo spettatore diventava, suo malgrado, una parte attiva dello spettacolo e, attraverso questo suo coinvolgimento, veniva spinto a riflessioni che altrimenti non si sarebbe posto. Il più celebre rappresentante di questo interessante movimento artistico è senza dubbio Bertolt Brecht (1898-1956).

Bertolt Brecht

Brecht sapeva che per riuscire nel suo intento, ovvero trascinare il pubblico in aree del pensiero non così spesso visitate, sarebbe dovuto ricorrere a degli stratagemmi. Lo scopo di questi stratagemmi era fondamentalmente uno: alienare il pubblico. Cacciarlo fuori dall’esperienza immersiva in cui era precipitato. Fornirgli una visione d’insieme, attraverso la consapevolezza di una partecipazione attiva. Infatti solo attraverso l’alienazione lo spettatore può sentirsi al di sopra delle parti e formulare un pensiero oggettivo inerente a ciò che ha visto. Tra le tecniche utilizzate per raggiungere questo obbiettivo v’erano la classica rottura della quarta parete, la presenza di luci e attrezzature sulla scena a contaminare la scenografia, e attori in mezzo al pubblico.

Non è un caso che molti di questi stilemi vennero ripresi negli anni ’90 proprio da Lars von Trier e dall’amico e collega Thomas Vinterberg, venendo adattati al modello del neonato movimento Dogma 95. Il Dogma sanciva l’assoluta naturalezza dell’opera che si andava a filmare. Nessun artificio, come il sonoro aggiunto in post-produzione, scenografie finte, stabilizzatori di riprese. Questo naturalismo produce un’alienazione nello spettatore.

Attraverso la handle camera, il pubblico è come se assistesse direttamente alla scena che vede. Come se fosse accanto ai protagonisti. E in questa posizione non può esimersi dal formulare un’opinione.

Che Brecht abbia avuto un’influenza non indifferente nel cinema di Lars von Trier è, per stessa ammissione del regista danese, un fatto assai noto. Volendo è possibile trovare delle componenti brechtiane praticamente in tutta la sua filmografia, ma in questa sede verranno approfondite solamente due opere. Quelle due che, al centro di ogni aspetto, hanno proprio come tema il “giudizio dell’altro”. Questi due film sono Dogville (2003) e Nymphomaniac (2013).

Dogville e l’arroganza

Narratore: «Questa è la triste storia della cittadina di Dogville. Dogville era situata fra le montagne rocciose degli USA, qua su dove la strada si concludeva vicino all’entrata della vecchia e abbandonata miniera d’argento. I residenti di Dogville erano brave e oneste persone e amavano la loro cittadina».

Di Dogville si è discusso, e si continua a discutere, molto. Naturalmente si tratta di un film estremamente polarizzante, come tutti quelli diretti da von Trier. A fare scalpore non è stata la trama in sé, quanto il dove si ambienta la vicenda. La cittadina di Dogville è infatti un grande teatro. Un teatro senza sfondo. La scenografia, che sulla carta prevedeva le abitazioni dei personaggi, la chiesa e un negozio di antiquariato, risulta essere solamente disegnata con del gesso sul pavimento. Non ci sono porte, nonostante i personaggi interagiscano con esse, e perfino il cane di una delle famiglie è rappresentato solamente come una sagoma immobile da cui ogni tanto provengono dei latrati.

Brecht è molto presente in quest’opera. Anche per via della trama, che è estremamente simile a quella cantata in Jenny dei pirati, la canzone composta da Kurt Weill con i testi di Brecht, inserita ne L’opera da tre soldi (1928), la più famosa opera teatrale del drammaturgo tedesco. Il testo parla di Jenny, una ragazza che viene quotidianamente sfruttata e vessata praticamente da tutti, fino al giorno in cui dei pirati arrivano e saccheggiano la città. E sarà proprio Jenny a intimare ai pirati di sterminare chiunque. Lars von Trier non ha mai nascosto questa forte ispirazione.  

Il teatro è dunque senza dubbio un elemento fondamentale. Il film sarebbe potuto essere senz’altro girato in condizioni “normali”. Con una scenografia composta da veri edifici, magari con un set anche più vasto. Ma avrebbe offerto le stesse reazioni?

Lars von Trier
Il teatro che funge da set in “Dogville”

Per provare a capire il perché Lars von Trier abbia optato per questa scelta senza dubbio bizzarra potrebbe essere utile scandagliare quello che è il contenuto del film. È una storia di agognata redenzione che degenera in una feroce critica sociale e politica. Una critica che assume connotazioni anche più definite se si considera Dogville come un film calato all’interno dell’universo americano (per approfondimenti cliccare qui).

È un’opera sulla menzogna, è un trattato sull’opportunismo e sull’ipocrisia, ed è tante altre cosa ancora. Tuttavia, il centro di tutto riguarda fondamentalmente un personaggio, quello di Grace (Nicole Kidman), che essenzialmente si rifiuta di esprimere un giudizio nei confronti di questa cittadina così infida. Lei non giudica i cittadini di Dogville, nonostante tutto il male, fisico e psicologico, che le hanno procurato. Perché lei è superiore a loro. O, per meglio dire, crede fermamente di esserlo.

Grace: «E così sono arrogante, sono arrogante perché perdono le persone».

Padre di Grace: «Mio Dio, non vedi quanto, quanto sussiego c’è in te quando dici così. Tu hai questo preconcetto assurdo: che nessuno, ascolta, che nessuno possa assolutamente avere lo stesso alto livello etico che hai tu. Così esoneri tutti. Non riesco a pensare a un’altra cosa più arrogante di questa. Tu, la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo permetteresti a te stessa».

Ma alla fine anche Grace crollerà e decreterà la fine della città e della popolazione. Questo aspetto è molto interessante, perché il personaggio di Grace svolge un duplice ruolo. Lei è sia protagonista che spettatrice. Perché lei deve farsi un’opinione ed esprimere un giudizio su quel luogo che un tempo le era sembrato così accogliente e che ora appare come la fonte primaria di tutti i mali del mondo. Grace appartiene proprio a quella tipologia di spettatori a cui von Trier fa riferimento. Quelli più arroganti. E Grace è estremamente arrogante.

Ecco perché Dogville risulta essere un’opera così precisa nel raggiungere i suoi intenti. Perché pone il giudizio dell’altro al centro di ogni cosa. Il giudizio degli abitanti di Dogville nei confronti di Grace, e il giudizio inverso. A questo flusso va aggiunto il giudizio del pubblico, che guarda il film, estraniato da una scenografia che si fa simbolo del concetto di asettico, e che è portato, quasi inconsciamente, a svolgere il ruolo ipocrita del giudicatore.

Nymphomaniac e l’ipocrisia

Joe: «Forse so da dove iniziare, ma affinché lei possa capire dovrò raccontarle tutta la storia e sarà lunga».
Seligman: «Lunga? Va bene!».
Joe: «E avrà una morale, temo».

All’uscita di Nymphomaniac lo scandalo fu, per ovvi motivi, ancora maggiore rispetto a quando uscì Dogville. Il titolo stesso, i poster raffiguranti le espressioni di tutti i protagonisti alle prese con un orgasmo, le esplicite scene di sesso. Tutto contribuì a creare un vero e proprio fenomeno mediatico che non si sarebbe placato neanche negli anni a venire.

Il film, in particolare la director’s cut, è un’epopea sul sesso lunga più di cinque ore, che narra le vicende sessuali di Joe (Stacy Martin e Charlotte Gainsbourg) e di come queste abbiano condizionato la sua vita. Strutturalmente il film è il racconto che Joe narra al mite intellettuale Seligman (Stellan Skårsgard), che quindi si ritrova a interpretare il ruolo dello spettatore. Lui immagina ciò che il pubblico di Nymphomaniac vede. E questo lo rende un personaggio perfettamente sovrapponibile a chiunque si approcci al film.

Inoltre, fin dalle prime battute, Joe si autodefinisce un essere umano orribile. Seligman afferma che non è d’accordo e si propone di formulare un giudizio in merito una volta terminato il racconto. Appare subito evidente che Nymphomaniac è un film molto meno sottile rispetto a Dogville, perché dichiara le sue intenzioni chiaramente e fin da subito. Seligman è dunque il giudice neutrale della vicenda, quel ruolo che Lars von Trier si preoccupa sempre di riservare ai suoi spettatori.

Lui è neutrale non solo per la sua mente aperta e per la sua cultura, ma perché già di partenza è alienato rispetto al racconto che ascolta, perché lui è vergine e quindi sarà imparziale nel suo giudizio. Il giudizio arriverà alla fine del racconto, come promesso. Un giudizio che non varierà poi molto rispetto alle sue premesse iniziali. Joe non è un essere umano orribile.

È solamente una persona che forse ha preteso troppo dal tramonto, come lei stessa afferma.

Per quanto riguarda il pubblico del film, von Trier ricorre a diversi stratagemmi di alienazione. Le continue digressioni di Seligman che interrompono il racconto. Tecniche quali lo split-screen, il cambio di formato o addirittura il passaggio al bianco e nero. In una scena del secondo volume, mentre Joe sta per cominciare a raccontare un nuovo capitolo della sua storia, la conversazione verte sugli specchi e ne viene inquadrato uno. In questo specchio, inquadrato quasi frontalmente, si vede la telecamera poggiata sul treppiede, l’operatore che la controlla e addirittura Lars von Trier stesso. Questa inquadratura è talmente plateale, anche nella sua durata, che non è possibile che si tratti di un errore di montaggio. È stata inserita per un motivo. Alienare il pubblico.

Sempre in questo capitolo, nella director’s cut, Joe abortisce da sola, con degli strumenti casalinghi come dei fili di ferro e delle grucce per gli abiti. La scena è particolarmente disturbante e lo stesso Seligman critica Joe per aver fornito una descrizione così gratuitamente violenta di quell’evento. In un’altra scena, Joe racconta di quando ha incontrato di nuovo Jerôme (Shia LaBeouf), l’uomo che un tempo le tolse la verginità, e Seligman la interrompe bruscamente, asserendo che le modalità con cui si sono svolte questo incontro, il luogo, le tempistiche dell’arrivo di lui, la posizione del sole, sono palesemente irrealistiche, come se dietro a ogni cosa ci fosse uno schema narrativo ben definito. Tutte queste, e altre piccole sottigliezze, come la divisione del film in capitoli con tanto di titolo in sovrimpressione, servono per alienare lo spettatore.

Joe: «Forse l’unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato».

Alla fine Joe non è poi il terribile essere umano che lei crede di essere. Forse è molto più orribile lo spettatore. Perché è ipocrita. Come ipocrita è Seligman, che come ultimo atto pensa solamente al suo piacere. Nymphomaniac non è un film sul sesso come atto in sé, quanto più sulle ripercussioni che questo atto ha nella società odierna così piena di tabù. Ed è l’ennesima stoccata di Lars von Trier verso il pubblico. Sia il pubblico che non accetta lo sdoganamento dei tabù sia quello che finge di non curarsi affatto dei tabù, che però intrinsecamente fanno parte della sua cultura.

Il motivo per cui Lars von Trier è, e sempre sarà, un regista così divisivo è proprio qui. Come divisivo e controverso è stato Bertolt Brecht, che nella sua opera non ha mai temuto di provocare il disagio nello spettatore. Perché è proprio attraverso il disagio, e la riflessione che ne consegue, che lo spettatore può davvero maturare. Come osservatore della realtà circostante e come essere umano.

Tutti sono un po’ Grace, arroganti perfino nella sofferenza, un po’ Seligman, ipocriti nonostante le buone intenzioni di partenza, e forse anche un po’ Joe, costantemente abbattuti dal giudizio degli altri. E tutti sono inevitabilmente attratti da questo tipo di situazione, perché tutti, nella vita, giudicano anche chi giudica. Come fa Lars von Trier. Ergo, tutti sono anche un po’ Lars von Trier, per quanto questa cosa possa piacere o meno.

Leggi anche: Lars Von Trier – La Trilogia del Cuore d’Oro

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