Home Nella Storia del Cinema Così divenne leggenda Dracula di Bram Stoker - Un omaggio romantico negli oceani del tempo

Dracula di Bram Stoker – Un omaggio romantico negli oceani del tempo

Dracula di Bram Stoker (1992) è stato un grande successo fin dalla sua uscita nelle sale. Oggi, a tanti anni di distanza, è universalmente considerato un grande cult, se non addirittura tra i migliori film degli anni ‘90 e non solo. Nonostante il genere di riferimento, l’horror, non sia un genere così popolare quanto altri, l’opera è riuscita, e riesce ancora, ad appassionare un gran numero di persone, tra i quali anche i meno avvezzi a questo tipo di cinema. A partire da queste informazioni, appare chiaro che Dracula di Bram Stoker non sia un film come un altro. Così come appare chiaro, dall’amore che il pubblico nutre per quest’opera, che la chiave del suo successo vada ben oltre gli articolati meccanismi di marketing.

Non è possibile avere come oggetto del discorso un film come questo senza parlare anche del suo demiurgo. Francis Ford Coppola. Un nome che non ha bisogno di presentazioni. Partendo dall’inizio, la domanda che occorre porsi è: cosa spinse Coppola a realizzare un adattamento del celebre romanzo di Bram Stoker? All’inizio degli anni ‘90, l’American Zoetrope, la casa di produzione di Coppola, non stava navigando in acque felici. Negli anni ‘80 infatti il maestro newyorkese aveva diretto e prodotto film che per la maggior parte si rivelarono dei clamorosi flop al botteghino.

Ciò condusse l’American Zoetrope sul punto del fallimento, che però riuscì a essere evitato grazie a Il padrino – Parte III (1990), un film che Coppola ha sempre dichiarato essere figlio di esigenze “alimentari”. Tuttavia non era ancora finita. Coppola aveva bisogno di un altro progetto vincente, e così si mise alla ricerca di nuovi materiali.
La soluzione di questa ricerca si palesò direttamente davanti al noto regista, perché fu Winona Ryder a consegnargli lo script (di James V. Hart) tratto dal romanzo di Bram Stoker. Coppola, da sempre grande amante della storia, nonché dei precedenti adattamenti, si rivelò da subito entusiasta e si mise immediatamente al lavoro per realizzare il film che tutti oggi conoscono.

Tuttavia è possibile rintracciare un’altra motivazione dietro alla scelta di realizzare un’opera del genere. Come sempre, è assolutamente fondamentale contestualizzare il momento storico in cui questo film è stato prodotto. Negli anni ‘90 era in atto un vero e proprio periodo di transizione. Il cinema digitale stava gradualmente prendendo piede con i primi esperimenti, ed era chiaro a tutti che nel giro di pochi anni questa nuova veste della settima arte si sarebbe espansa fino a coprire la maggior parte delle produzioni. Perché è importante sottolineare questo quando si parla di Dracula di Bram Stoker? Perché questo film, più che su ogni altra cosa, è un’opera che riflette sul cinema.

Il vampirismo è una potente metafora della settima arte. Il cinema imprigiona gli attori all’interno dell’inquadratura e ne previene l’invecchiamento, esattamente come il vampirismo conserva la giovinezza e offre l’immortalità. La sala cinematografica è un luogo buio, un’oscurità tagliata solamente dal fascio di luce del proiettore. Il buio, il principale nutrimento del vampiro. Non è un caso che in Dracula di Bram Stoker, una delle scene chiavi si svolga durante una delle prime rudimentali proiezioni del cinematografo. Una scena che, oltre a segnare un importante punto di svolta narrativo, congela la riflessione metacinematografica di cui questo film si fa portatore.

Il ritorno alle origini: la ricerca dell’autenticità

L’horror, e in particolare il gotico, è storicamente un genere fondamentale nella storia del cinema. Basti pensare al glorioso espressionismo tedesco dei primi del ‘900. Un movimento artistico che ha ispirato, e continua a ispirare ancora oggi, intere generazioni di cineasti. Tra questi, vi è ovviamente anche Francis Ford Coppola. Con l’espressionismo avvenne una vera e propria rivoluzione, soprattutto in ambito tecnico. L’utilizzo delle luci, le tecniche di composizione, il modo di pensare una storia da portare in scena. È stato un vero e proprio elemento di rottura. Un avvenimento drastico, come l’avvento del digitale nel cinema diversi decenni dopo.

Ecco perché Coppola, consapevole dell’importante rivoluzione che si stava verificando, decise di lanciarsi in una romantica e appassionante riflessione su quell’arte, il cinema, che è da sempre in continua evoluzione. E quale storia utilizzare se non quella di Dracula? La stessa che utilizzò Murnau per il suo capolavoro espressionista Nosferatu (1922).

Il conte Dracula (Gary Oldman) in una scena del film

Affinché questa operazione avesse un senso, Coppola avrebbe dovuto rispettare dei precisi parametri. Su tutti, la totale assenza del digitale. Anche e soprattutto negli effetti speciali. Ecco che quindi vennero riutilizzate tutte quelle tecniche che caratterizzarono proprio i primi anni di vita del cinema. La classica “prospettiva forzata”, utilizzata per ingannare l’occhio della spettatore in merito alle proporzioni delle figure in campo. La sovrapposizione, durante il montaggio, di più inquadrature senza l’utilizzo del computer. Il sapiente utilizzo delle ombre, un altro grande rimando all’espressionismo. Il pesante trucco a cui venivano sottoposti gli attori. Gli oggetti di scena curati alla perfezione. I luoghi evocativi e caratteristici, inquadrati perfettamente grazie alla fotografia di Michael Ballhaus.

Ma questa autenticità era presente anche nell’aspetto recitativo. Infatti Gary Oldman (Dracula), su suggerimento dello stesso Coppola, sussurrava delle “frasi diaboliche” all’orecchio degli altri attori poco prima di girare le scene insieme. Frasi che, a detta del resto del cast, sono irripetibili. E poi il grande lavoro che è stato fatto sugli accenti. Winona Ryder e Keanu Reeves (rispettivamente Mina e Jonathan Harker) sono americani, che però recitavano con l’accento inglese. Così come Oldman e Anthony Hopkins (Van Helsing) hanno dovuto rimuovere il loro accento britannico per donare alla loro pronuncia una cadenza più internazionale.

L’amore e il sesso

Fin qui, si è evidenziata l’importanza che il concetto di autenticità ha avuto per il film di Coppola. Tuttavia, spostandosi all’interno dell’universo tematico dell’opera, ci si accorge che neanche qui questa autenticità viene meno. Al cuore di tutto, infatti, c’è l’amore. Cosa c’è di più autentico del vero amore? Questo sentimento (assente nel romanzo di Bram Stoker) viene utilizzato nel film in tutte le sue declinazioni.

È presente l’amore inteso come amicizia, quella tra Lucy (Sadie Frost) e Mina. L’amore inteso come profondo rispetto e ammirazione, quello tra il maestro Van Helsing e il discepolo Jack Seward (Richard E. Grant). L’amore fragile e potente allo stesso tempo tra due innamorati, Mina e Jonathan, un sentimento talmente puro da risultare quasi senza alcun contatto. E poi la lussuria, quella delle spose di Dracula, e il sesso. Il vampiro è il mostro sessuale per eccellenza, in quanto penetra le carni della vittima per trasformarla in un qualcosa di simile a lui.

Proprio sulla componente sessuale, il film di Coppola pone un’attenzione particolare. In una scena Mina e Lucy scherzano sulle posizioni sessuali viste in un’edizione de Le mille e una notte. Il momento in cui Lucy viene morsa da Dracula, trasformatosi in un lupo mannaro, è una scena molto simile a uno stupro. La scena che introduce il personaggio di Van Helsing è ambientata durante una delle sue lezioni universitarie, in cui si discute di sifilide, una malattia del sangue trasmettibile sessualmente.

Senza contare tutte le scene in cui il sesso è una componente esplicita, come quelle avente protagonisti Jonathan Harker e le spose di Dracula. Questa attenzione, quasi morbosa, sull’elemento sessuale è perfettamente coerente con tutto il discorso dell’autenticità. Perché il sesso è un atto fisico che esprime dei concetti astratti. Dall’amore alla perversione.

Di seguito, la meravigliosa Love Song for a Vampire di Annie Lennox che chiude il film:

Un omaggio romantico negli oceani del tempo

Il film uscì nelle sale nel 1992. Il digitale sarebbe esploso nel giro di pochi anni, basti pensare che siamo a ridosso dell’epoca di Matrix (1999). Ci si può chiedere se Dracula di Bram Stoker sia riuscito nel suo intento. È importante ricordare che l’intento di Francis Ford Coppola non è mai stato quello di fermare l’avanzata del digitale. Anzi, lo stesso Coppola si lanciò in interessanti esperimenti anche su questo fronte. L’obiettivo di quest’opera non era di intraprendere un’insensata crociata contro un progresso inevitabile, ma era di tutt’altra natura.

La scena in cui Dracula prova a mordere Mina (Winona Ryder)

L’intento del film era quello di rendere un omaggio a un sistema produttivo e artistico arrivato in corrispondenza del viale del tramonto. Un omaggio romantico, insomma. Attraverso un film sostanzialmente romantico, nonostante fosse l’horror il genere di riferimento. Un film tratto da un romanzo scritto da un autore che riprende alcuni elementi dal romanticismo, quell’età in cui l’arte si occupava di rielaborare il sentimento a discapito della ragione. In cui la pulsione dell’istinto era al centro di ogni cosa e lo struggimento esistenziale era il motore che guidava la vita. Lo stesso struggimento di un vampiro malinconico che attraversa gli oceani del tempo per trovare il suo amore perduto.

Leggi anche: Only Lovers Left Alive – il decadimento della razza umana

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