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Edipo Re – Da Sofocle a Pasolini

«Come è terribile conoscere, quando la conoscenza 

non giova a chi la possiede!».

(Sofocle,”Edipo Re”)

Con l’Edipo Re, Sofocle porta avanti, come aveva già fatto nelle Trachinie e come proseguirà nell’Edipo a Colono, una propria pessimistica visione dell’esistenza umana.

La tragedia sofoclea è ambientata a Tebe, sotto la guida del re Edipo e della regina Giocasta. I quindici anni di prosperità del loro regno verranno bruscamente interrotti dallo scoppio di una terribile pestilenza. Per porre fine a tale catastrofe, Edipo interrogherà un indovino, il quale gli rivelerà che l’unico modo per scacciare la pestilenza da Tebe è quello di allontanare dalla città l’uccisore di Laio, il vecchio consorte di Giocasta.

Edipo interroga l’indovino Tiresia per identificare il colpevole. Tiresia svela a Edipo che il colpevole è proprio lui, che tanti anni prima aveva ucciso sulla strada il re Laio, suo padre, e poi ne aveva sposato la vedova, sua madre. Inizialmente Edipo rifiuta le parole di Tiresia, immaginando un complotto ai propri danni per privarlo del potere.

Edipo, re di Tebe, ricerca l’assassino di Laio, ancora inconsapevole di essere il colpevole

Il successivo interrogatorio dell’unico servo sopravvissuto alla strage in cui aveva perso la vita Laio, e del pastore incaricato di ucciderne il figlio ancora in fasce, convincono Edipo dell’orrendo accaduto. Giocasta, la moglie-madre, intuisce tutto un attimo prima del marito-figlio, e s’impicca. Edipo si accecherà con la fibbia del vestito di lei per poi avviarsi volontariamente in esilio.

Giocasta apprende la terribile verità sul suo sposo-figlio
Giocasta apprende la terribile verità sul suo sposo-figlio

Da quasi duemilacinquecento anni, sulla scena senza tempo del teatro, il personaggio di Edipo rappresenta l’essere umano, che pur del tutto innocente, la divinità ha voluto gravare delle più terribili colpe che si possano immaginare.

Edipo, nella visione sofoclea, deve essere gravato da quei mali che tenta disperatamente di evitare, affinché ogni uomo sappia cosa sia in grado di fare la divinità, e di conseguenza ne abbia timore. Secondo Sofocle, infatti, gli dei operano in base a criteri insondabili dall’umana coscienza e la fede che l’uomo ripone in loro non può e non deve venir meno, quand’anche distribuiscano simili dosi di infelicità e di sventura.

La visione di Sofocle è dunque permeata da un’estrema religiosità: per quanto l’uomo possa affinare la ragione in modo da trarne conoscenza, non potrà mai arrivare a decifrare la volontà divina, se non quando questa si sarà già tragicamente compiuta.

Il mito di Edipo continua a vivere nella dimensione senza tempo dell’arte attraverso rielaborazioni teatrali, letterarie, poetiche, pittoriche e cinematografiche. Un viaggio, attraverso i secoli, di un personaggio che più di altri è riuscito a sintetizzare aspetti dell’umana esistenza, come la colpa, l’inconsapevolezza, la libido, l’eterno oscillare tra ragione e istinto, e la conseguente sofferenza che tutto ciò comporta.

Tiresia interpretato da Julian Beck nell'Edipo Re di Pier Paolo Pasolini (1967)
L’indovino Tiresia interpretato da Julian Beck

Nell’omonima trasposizione cinematografica dell’Edipo Re del 1967, scritta, diretta e interpretata da Pier Paolo Pasolini, assistiamo all’estrinsecazione di un mito universale proiettato su una pluralità di piani storico-sociali, che ci parlano, per bocca di Edipo, del dramma dell’uomo del Novecento, contemporaneo a Pasolini, incapace di prendere coscienza di sé.

Così come Edipo si auto-condanna alla cecità e all’esilio per espiare le proprie colpe, l’uomo contemporaneo è incapace di vedere la propria alienante condizione, limitandosi a vagare nel mondo e accettando il proprio immutabile destino.

Per trasmettere questo senso di universalità e – al contempo – di profonda attualità della vicenda, Pasolini adotta la scelta di suddividere la pellicola in tre macro-sequenze connotate da inaspettati e repentini salti spazio-temporali. Lo sguardo dello spettatore vaga dal Friuli del primo Novecento, alla Tebe del V secolo a.C., per finire nella Bologna della seconda metà degli anni ’60.

Ogni luogo e ogni tempo impressi sulla pellicola raccontano storie sottovoce, messaggi bisbigliati eppure fondamentali per comprendere l’identità intima e politica dell’autore.

Come afferma lo stesso intellettuale, le principali fonti da cui ha tratto ispirazione, oltre alla tragedia di Sofocle, sono rintracciabili nelle opere di Sigmund Freud e di Karl Marx.

Riferimento al padre della psicanalisi più immediato, sua la teorizzazione del complesso di Edipo: universale, inconscio, desiderio infantile di possedere sessualmente il genitore amato e sbarazzarsi di quello rivale.

Giocasta interpretata da Silvana Mangano nell'Edipo Re di Pier Paolo Pasolini (1967)
Giocasta interpretata da Silvana Mangano

In una serie di scritti, Pasolini sottolinea il suo profondo amore nei confronti della mamma Susanna. Nella poesia Supplica a mia madre lo ricordano i versi:

«Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore».

(Pier Paolo Pasolini, “Supplica a mia madre”)

In ambito cinematografico, pensiamo alla scelta di far interpretare proprio a sua madre il ruolo di Maria nella pellicola Il Vangelo secondo Matteo.

Elemento autobiografico che viene inserito senza remore all’interno della pellicola: in particolare nel prologo di Edipo Re ammiriamo ariose riprese in vasti prati friulani – luoghi in cui Pasolini passò i suoi primi anni di vita – che incorniciano l’infante Edipo in simbiosi con la figura materna e in prematuro conflitto con il padre, ufficiale di fanteria, che nel figlio vedrà immediatamente una minaccia.

Laio: «Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho. E la prima cosa che mi ruberai sarà lei, la donna che io amo…Anzi, già mi rubi il suo amore!».

L’odio del padre ci trasporta in cima al monte Citerone, in un antico passato mitico. Qui, il piccolo Edipo, legato per le caviglie a un palo e portato in spalle da un servitore di Laio, verrà abbandonato e trovato da Polibo, re di Corinto, che lo adotterà e crescerà insieme alla consorte Merope.

Le scene ambientate al tempo del mito, per scelta del regista, furono girate, contrariamente a quanto si possa pensare, non in Grecia, bensì in Marocco: una regione del mondo in cui, a detta del poeta, si poteva ancora respirare un’aria esente da qualsiasi traccia di capitalismo, un luogo in cui si poteva cogliere quella primitiva essenza di umanità che, così barbaramente, la società borghese  aveva annientato.

Gli stessi costumi indossati dai cittadini di Tebe e dalla Sfinge, che Edipo sconfiggerà appropriandosi del trono dello scomparso Laio, traggono ispirazione dalle maschere tradizionali africane, in omaggio a quella cultura primordiale e fuori dal tempo.

Gran Sacerdote di Tebe interpretato da Pier Paolo Pasolini in Edipo Re (1967)
Gran Sacerdote di Tebe interpretato da Pier Paolo Pasolini in “Edipo Re” (1967)

Il riferimento al pensiero marxista è più velato, ma al contempo rappresenta il messaggio più importante che il regista vuole trasmettere con il suo film, dallo stesso Pasolini definito “nazional-popolare” nella concezione gramsciana del termine, ovvero destinato al “popolo” inteso come classe sociale distinta dalla “borghesia”. Il pensiero di Gramsci era contraddistinto dalla visione di un mondo culturale che si fa responsabile e portatore del cambiamento nella società.

L’avvento del “neocapitalismo” in Italia, contraddistinto dallo sviluppo industriale e finanziario e dalla trasmutazione del “popolo” in “massa”, porterà Pasolini ad abbandonare il cinema inteso come “nazional-popolare”, di cui ultimo esempio è proprio l’Edipo Re, per dedicarsi a opere destinate a un pubblico più elitario proprio perché prodotte in netta polemica contro la “cultura di massa”.

«Guardate, abitanti di Tebe: Edipo è questi, che sciolse l’enigma famoso e fu potente fra gli uomini. Nessuno mirò senza invidia la sua fortuna; e ora vedete in quale gorgo di sciagura è precipitato. E allora fissa il tuo occhio al giorno estremo e non dire felice uomo mortale, prima che abbia varcato il termine della sua vita senza avere patito dolore». Sofocle, Edipo Re (vv. 1524-1530)

Nell’epilogo vediamo Edipo, accecato e suonatore di flauto, come l’indovino Tiresia aveva predetto. Egli vaga trai paesaggi urbani della Bologna degli anni ’60: i portici, Piazza Maggiore e la Basilica di San Petronio.

Pasolini descrive Edipo nel contesto contemporaneo bolognese come un «poeta decadente che canta per la borghesia, ma se ne stanca subito e ne rimane disgustato. Ed ecco allora che la sublimazione del flauto diventa una scelta ideologica marxista. Suona un canto rivoluzionario per gli operai, ma anche questo non lo accontenta. Torna quindi nel covo dell’infanzia, nel grande prato verde dove è stato allattato e qui decide di concludere i suoi giorni».

edipo
Edipo torna dove tutto è iniziato, nel prato in cui è stato allattato

Edipo: «O luce, che non vedo più, che prima eri stata in qualche modo mia, ora mi illumini per l’ultima volta. Sono giunto. La vita finisce dove comincia».

Leggi anche: Mommy – Tra Amleto ed Edipo nel film di Xavier Dolan

Alessia Di Rella
"Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente!" - Little Miss Sunshine

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