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Debord e la società dello spettacolo

Guy Debord nasce a Parigi nel 1931 e fonda poco più che ventenne, nel 1957, l’’Internazionale Situazionista, movimento paradossale e radicale del Novecento, che condizionerà il maggio del ’68.

Nel 1967 Debord pubblica un saggio intitolato La società dello spettacolo e, riprendendo la terminologia e le categorie di stampo marxiano, afferma:

«Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini.

L’intera vita delle società (…) si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli».

(Guy Debord, “La società dello spettacolo”)

Sebbene sia stato scritto più di mezzo secolo fa, il libro di Guy Debord è attualissimo. La società contemporanea è spettacolarizzata: le immagini hanno acquisito un valore e un potere superiore rispetto alla realtà tattile. Secondo lo studioso francese, lo spettacolo è l’erede diretto della degenerazione del capitale descritto da Marx nel primo libro del 1867, l’immagine dell’economia dominante, e la debolezza della filosofia occidentale, dominata dalla categoria del vedere e dell’esser-visti.

Nella nuova società spettacolarizzata i mass media ricoprono un ruolo determinante. È l’epoca del potere delle immagini. Pensiamo, ad esempio, a quanto il cinema sia un simbolo incontrastato della contemporaneità. O come nella nostra quotidianità i social abbiano un potere devastante. Da questo punto di vista, Debord è stato un visionario.

«[Lo spettacolo è] il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine».

(G. Debord, “La società dello spettacolo”)

debord
Guy Debord

Cogito ergo sum ha insegnato il buon Cartesio, letteralmente “penso dunque sono”, a esprimere una delle poche certezze dell’uomo, ossia che questi, in quanto soggetto pensante, esiste. Peccato che ora quell’attività di pensare, fondatrice dell’attività dell’essere, sembra aver lasciato il posto all’apparire, così come il vero sembra aver lasciato il posto al falso, o il sacro al profano. Sarebbe più contemporaneo dire, infatti, appaio dunque sono.

Debord prosegue la disillusa linea aperta in primis da Karl Marx e in seguito dai suoi seguaci, quali Walter Benjamin e la scuola di Francoforte, denunciando aspramente la società capitalista, schiava della merce e nel Novecento dai mass media.

Il cinema avrebbe risposto al declino dell’unicità dell’oggetto, dell’arte, attraverso la costruzione a tavolino del cosiddetto star system. Non è un caso, infatti, se spesso associamo un film a un volto di un attore famoso, o se le celebrità vengono usate normalmente come volto di una campagna pubblicitaria, soprattutto per profumi e prodotti di bellezza. L’immagine sembra aver preso il posto dell’essere, e la rappresentazione ha assunto il ruolo della realtà.

Oggi, seguendo la linea di pensiero debordiana, ad affiancare il cinema abbiamo i social. Forse non si tratta di un caso se il sogno nel cassetto di molte e molti adolescenti è quello di diventare influencer, che del condividere immagini hanno fatto una delle professioni più redditizie del nostro periodo. E qual è il senso di questo bombardamento di immagini? Alienare il pubblico davanti allo schermo, sia quello del cinema o di un telefono al giorno d’oggi, e trasformarlo in compratore. Vendere.

«La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, limitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale la sua vita è stata deportata, non conosce più se non gli interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente con la loro merce e con la politica della loro merce».

(G. Debord, “La società dello spettacolo”)

Marx parla per primo di «feticismo delle merci», mostrando il rovesciamento moderno dei rapporti sociali e antropologici tra uomini e cose, del valore d’uso con quello di scambio, poiché in questo quadro la merce smarrisce il suo essere mero oggetto materiale e si eleva a entità sovrasensibile, dominando le possibilità di una società.

«Il consumatore reale diviene consumatore di illusioni».

(G. Debord, “La società dello spettacolo”)

Debord, attraverso un attento studio della critica marxista al capitalismo, condanna aspramente la settima arte e le forme di rappresentazione spettacolarizzate in senso lato, essendo tripudio del potere delle immagini. Tuttavia, facendone uso e ribaltandone il senso, la cinematografia è l’aspetto più criptico e interessante della sua vita, in quanto rese invisibili le sue pellicole realizzate tra il 1952 e il 1978.

«Il cinema di cui parlo è questa imitazione insensata di una vita insensata, una rappresentazione ingegnosa per non dire nulla, abile a ingannare per un’ora la noia con il riflesso della stessa noia; quella vigliacca imitazione che è inganno del presente e falsa testimonianza del futuro».

(G. Debord, “La società dello spettacolo”)

Queste le aspre parole che Debord spese parlando del suo lungometraggio In girum imus nocte et consumimur igni (1978). È un’aperta condanna al cinema, mentre nel film scorrono una serie di immagini dei capolavori di Sternberg, Welles, Errol Flynn. Attraverso questa frase in latino, assumendo la forma di un indovinello-palindromo, che significa letteralmente “giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco”, in riferimento alle falene, il filosofo parla dell’insensatezza del cinema, mostrando la sua visione pessimista all’apice.

In girum imus nocte et consumimur igni

Debord massacra la settima arte e il meccanismo su cui questa si fonda ribaltandone il senso dall’interno, privando di valore le immagini. Il cinema diventa uno spreco di tempo, nella breve vita dell’uomo, avvolto nella malinconia. Ormai ridotto a effimera merce senza reale valore artistico, senza senso, come quelle falene che girano intorno al buio di notte.

Che le immagini siano la lingua universale che regna sovrana nella nostra epoca, questo è certo. Ma che tutto il cinema sia insensato, pleonastico, divoratore della rapida vita umana, un ripetitivo meccanismo fordiano di immagini… si parla di cinema d’autore, di quello che fa piangere le lacrime più salate o fa ridere così tanto da far male agli zigomi, cinema di qualità, che fa venire i brividi sulla pelle come il primo vero amore… su questo, mio caro Debord, si sbagliava proprio.

Leggi anche: Hannah Arendt – Le origini del totalitarismo narrativo

Camilla Giordano
Classe 1995, genovese, appassionata di cinema, viaggi e poesia.

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