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Immacolata e Concetta – Un amore difficile

Come fosse un mantra da ripetere, l’idea di un “nuovo cinema” italiano ritorna sistematicamente ogni qualvolta una generazione di giovani autori si affaccia al mondo cinematografico. A partire dagli anni ’60 con Bellocchio, Bertolucci e in parte Pasolini fino ai giorni nostri, la ricerca di nuove storie in grado di raccontare la mutata realtà sociale, culturale e politica, favorisce la creazione di un linguaggio che, sullo schermo, racconta l’evoluzione del paese attraverso sguardi differenti. Se c’è un periodo in cui questa ricerca del nuovo ha raggiunto il suo apogeo, è senza dubbio sul finire degli anni ’70 con Nanni Moretti, Giuseppe Bertolucci, Peter Del Monte etc. Giovani autori a proprio agio con un linguaggio volutamente lontano dalla spettacolarizzazione, in cui la macchina da presa si muove a servizio di storie mai veicolate da grandi attori, ma raccontate attraverso nomi sconosciuti ma funzionali alle idee.

A questi nomi che, successivamente, hanno raggiunto maggior consensi in termini di pubblico e critica, non possiamo evitare di aggiungere Salvatore Piscicelli: partendo da una formazione critica, il regista napoletano è senza dubbio l’esponente principale di un cinema urbano e suburbano che racconta le microstorie all’interno della grande provincia italiana, che ispirerà anche i lavori di registi come Gianni Zanasi e Pappi Corsicato.

Nuove idee, nuove visioni e un approccio diverso alla narrazione cinematografica, fanno sì che l’opera prima di Piscicelli, Immacolata e Concetta, l’altra gelosia, sia un autentico gioiello del cinema indipendente italiano.

Pomigliano D’Arco. Immacolata, donna di mezz’età, sposata e con una figlia, gestisce una malandata macelleria che non rende molto. Accusata di sfruttamento minorile con istigazione alla prostituzione, viene arrestata e incarcerata. Durante la detenzione incontra Concetta, solitaria bracciante agricola che sta scontando la pena per aver ferito un uomo con un colpo di pistola. Tra le due nasce un sentimento che le porta ad amarsi. Una volta uscite dal carcere, le due decidono di vivere la relazione alla luce del sole: Concetta va a vivere a casa di Immacolata, nonostante il chiacchiericcio della gente, compreso il marito di quest’ultima.

Piscicelli, che nelle vesti di critico e frequentatore di Festival (su tutti la Mostra del Cinema di Pesaro), aveva avuto modo di conoscere gli sguardi e le opere di tanti registi, ha bene in mente come realizzare Immacolata e Concetta: attingendo da autori come Fassbinder, Straub-Huillet e Douglas Sirk, il film rielabora il melodramma mischiandolo sapientemente alla sceneggiata napoletana, facendo così convergere riferimenti alla cultura elitaria e stilemi popolari.

Ne viene fuori un triangolo amoroso diviso tra passione fortissima e iraconde gelosie, fortemente radicato alla cultura popolare ma con un sguardo che riesce a superare la spazio circoscritto dov’è ambientata la vicenda.

Per rendere possibile tutto questo, è fondamentale l’utilizzo che Piscicelli fa della macchina da presa: quasi sempre fissa, più che al cinema europeo si rifà a certe influenze asiatiche sul “tempo morto”, in una pratica che ricorda molto quella di Ozu.

 

Non c’è mai lo spazio per movimenti casuali che strizzano l’occhio allo spettatore, rarissimi sono i carelli, molteplici invece le panoramiche circolari, che tendono anche a scavalcare le protagoniste, quasi a modo prolungamento dello suo sguardo.

Ogni inquadratura sembra seguire la teatralità dei corpi (in questo c’è molto l’estetica brechtiana che usò De Santis nel suo Non c’è pace tra gli ulivi), senza mai lasciarsi coinvolgere, restando rigida e distaccata, non giudica, registra solo quanto accade, anche nelle scene più forti: nei momenti in cui assistiamo all’esplosione della passione –  l’eros che diventa carnale – la camera ci restituisce immagini volutamente crude, che non eccedono mai nel voyeurismo morboso.

Montaggio e suono sono altre due componenti essenziali: se il primo rifiuta il punto di appoggio del cinema classico, giocando spesso con sguardi non corrisposti, un approccio anti realistico e un’elusione sui tempi morti che costringe continuamente ad una riflessione sull’immagine (quanto mostra e quanto lascia al sotto testo), il suono è rigorosamente in presa diretta, quasi totalmente diegetico e predilige un insolito silenzio anche nelle situazioni più disperate.

Ida Di Benedetto e Marcella Michelangeli sono semplicemente straordinarie nel riportare sullo schermo l’estetica – volutamente kitsch e legata al brutto – e l’universo antropologico del regista, che sfrutta anche un cast di attori teatrali locali per rappresentare l’universo popolare delle periferie. Un mondo per certi versi ancestrale, quello di Immacolata e Concetta, dov’è difficile far accettare un amore considerato innaturale in luoghi ancora vittime di secolari tradizioni, del patriarcato e sospeso in una dimensione che sembra quasi non avere temporalità.

Nella provincia italiana che in maniera dirompente viene aggredita dall’urbanizzazione, la relazione allo scoperto tra due donne assume connotati sociali – politici.

Piscicelli, con Immacolata e Concetta, sceglie volutamente di raccontare un amore omosessuale tra donne del popolo per mostrare tutte le implicazioni, le contraddizioni, che non avrebbe realizzato mettendo in scena due borghesi, sovvertendo un ordine sociale che si vorrebbe eternamente immutabile, scandite da regole dogmatiche e una sessualità che non ammette deroghe di genere: se Concetta è totalmente presa dall’amore per Immacolata, non presentando attenzione a tutto quanto c’è fuori, quest’ultima è sì innamorata, ma non disdegna il sesso occasionale con un altro uomo che, allo stesso tempo, le offre di gestire una macelleria con un giro d’affari migliori, anche con la “scusa” di potersi elevare a uno stile di vita migliore.

Due caratteri diversi a confronto che quindi collidono, anche per la condizione di madre che vive Immacolata.

Nel senso della tragedia, nel fallimento di entrambe a superare le barriere di perbenismo e ricerca di una stabilità borghese attraverso la forza di un amore dilagante e profondissimo (che esploderà in uno straordinario finale), sta la dirompente bellezza di un’opera come Immacolata e Concetta, l’altra gelosia che, a quarant’anni dalla sua uscita, mantiene un’aura di fascino immutato e sincera artigianalità. E Salvatore Piscicelli, autore di tante altre pagine importanti del cinema indipendente, è un regista che va assolutamente riscoperto dagli amanti della settima arte.

Leggi anche: Secondo amore – Il melodramma hollywoodiano di Douglas Sirk

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