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Shinji Ikari – Quando il mal di vivere offusca la virtù

Leggere le analisi del personaggio di Shinji Ikari significa molto spesso imbattersi in parole dai toni severi e giudicanti. Termini come “codardo”, “insicuro”, “egoista” ricorrono tra le righe delineando una figura sgradevole a cui non viene concessa alcuna pietà. Poco importano il trauma della deprivazione genitoriale, le criticità dell’adolescenza e l’assurdità delle sfide che deve affrontare: Shinji è colpevole dei propri difetti.

È lui che vuole chiudersi al prossimo, che vuole adagiarsi sulle sue insicurezze, che vuole agire per ottenere un riconoscimento. E al biasimo lo spettatore non può che aggiungere il disgusto quando, in The End of Evangelion, Shinji compie l’ignobile atto di fronte al corpo inerme di Asuka.

Quella che ci viene proposta è la narrativa di un antieroe il cui atteggiamento attira l’antipatia del pubblico anziché la simpatia.

Shinji non possiede un’ironia dissacrante, non sa imporsi con la forza, non vuole rompere con il sistema. In tanti possono rispecchiarsi in lui – e soprattutto nei suoi bisogni – ma nessuno può provare piacere nel farlo. Anzi, Shinji si presta come capro espiatorio in cui alienare quei tratti di noi che non vogliamo accettare.

Da qui un odio che va oltre gli atteggiamenti effettivamente fastidiosi del personaggio.

Siamo sicuri che Shinji Ikari sia un odioso antieroe? Un'attenta analisi del suo carattere potrebbe riservarci delle sorprese inaspettate.
Nei suoi momeni no, Shinji ci ricorda sia i vinti di Verga che gli inetti di Svevo.

Ma siamo davvero sicuri che tutto di Shinji sia negativo? È possibile che il carattere urticante del ragazzo abbia concentrato i nostri occhi sulla punta nera dell’iceberg, nascondendone una base positiva? Proveremo a ripercorrere la storia della serie del 1995 focalizzandoci su aspetti a volte sottovalutati.

Perché forse Shinji avrebbe tutto il potenziale per essere un eroe, solo che il suo mal di vivere gli impedisce di metterlo in atto in modo compiuto.

Perché dici di non saper fare nulla?

Il fatto che Gendō Ikari sia un padre anaffettivo ha instillato in Shinji la convinzione di essere inadeguato e indesiderato. A causa di questo schema mentale il ragazzo da un lato cerca di evitare le situazioni che potrebbero confermare tale credenza, dall’altro brama approvazione e riconoscimento.

L’identità personale di Shinji è alla mercé dei giudizi esterni, con una spiccata ipersensibilità verso le critiche e il rifiuto. Di conseguenza egli è del tutto incapace di riconoscere le qualità positive che gli sono proprie. Ma quali sarebbero queste qualità?

Cominciamo col notare che Shinji è una persona ordinata che sa cavarsela egregiamente nelle faccende di casa. Dovendo vivere senza il supporto dei genitori, egli ha sviluppato autonomamente una virtù emblematica dell’età adulta che poi mette al servizio delle sue coinquiline.

Che sia una virtù piuttosto che una strategia per evitare rimproveri lo si capisce sin dal primo ingresso in casa Katsuragi. Misato non pretende che Shinji faccia brillare la casa, né che cucini per tutti: nel caso lui non ne fosse in grado, non lo sgriderebbe di certo, né lo giudicherebbe.

È il ragazzo che decide di sua sponte di rendere sia l’appartamento che i pasti più confortevoli. Lo fa per senso di responsabilità e di cura delle cose, non per ricevere lodi, né per colpa di un disturbo ossessivo-compulsivo.

Altra caratteristica non banale di Shinji è la competenza musicale. Lo vediamo suonare uno strumento raffinato come il violoncello (NGE, episodio 15) e dimostrare talento persino con il pianoforte (Evangelion:2.0). Ora, sebbene quello del violoncello sia un hobby suggerito dal tutore, ciò non può nascondere la sensibilità estetica di Shinji.

Quando esegue la Suite No.1 in Sol Maggiore di Bach lui è immerso nella melodia, e lo stesso accade durante il duetto con Kaworu. Talento, competenza e sensibilità vanno a comporre una dote che persino Asuka apprezza con stima sincera.

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Shinji si gode la suite di Bach.

Se poi vogliamo considerare anche gli aspetti meno verosimili, Shinji è stato in grado di pilotare un mecha senza addestramento e ha sconfitto mostri dall’immane potere distruttivo. Non proprio una cosa da tutti.

Perché sali a bordo dell’EVA?

Stando alla vulgata tradizionale, la motivazione per cui il protagonista pilota gli EVA viene ricondotta a un sé poco sviluppato e alla ricerca di approvazione. Shinji vuole che Gendō gli dica “bravo”, pertanto si lascia trascinare passivamente dagli ordini dei superiori. Eseguire i comandi significa evitare rimproveri. Non importa la qualità di questi ordini, basta che nessuno gli metta in croce l’anima.

Se queste fossero le uniche motivazioni, tuttavia, Shinji non avrebbe tentato due volte di abbandonare la Nerv.

Egli ha sufficiente amor proprio per riconoscere che il pilotaggio dell’EVA comporta uno stress insostenibile per un adolescente. In secondo luogo, il Third Children si rifiuta di essere utilizzato come pedina da un padre che non esita a ordinargli di uccidere il pilota intrappolato nell’Unità-03. Le persone prive di personalità faticano a porre limiti di questo tipo. Ma allora perché Shinji torna a bordo?

Se osserviamo bene non lo fa mai per far contento Gendō o Misato. Lo fa per senso del dovere nei confronti di chi ama e per difendere la città. Shinji accetta di affrontare nuovamente dolori atroci per il bene di qualcun altro! I complimenti del padre, di Misato e della dottoressa Akagi hanno una priorità secondaria.

D’altronde, non fosse stato per evitare morte certa a una Rei agonizzante, non avrebbe nemmeno messo piede all’interno dell’EVA-01. Sarebbe fuggito, e nessuno avrebbe potuto biasimarlo vista l’assurdità della situazione.

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Non fosse stato per le condizioni di Rei, Shinji sarebbe fuggito. In quel caso tutti lo avrebbero additato come codardo, dimenticando che si sarebbe trattato di una risposta più che sensata rispetto al contesto.

Laddove l’eroe classico è intrepido e subito pronto a immolarsi, Shinji è realisticamente pavido e riluttante.

Di fronte al dolore di Rei, però, agisce proprio come l’eroe classico compiendo un atto di autosacrificio. E sempre di autosacrificio si tratta durante il sopracitato scontro con l’Unità-03:

Gendō: «Shinji, perché non vuoi combattere?»

Shinji: «C’è una persona! C’è una persona a bordo, papà!»

Gendō: «Non importa, quello che hai di fronte è un angelo, un nostro nemico.»

Shinji: «Non posso. Io non posso farlo! Bisogna salvarlo. Io non ucciderò mai un’altra persona.»

Gendō: «Così morirai tu.»

Shinji: «Non importa. Meglio che uccidere una persona!”

Shinji ha dei forti valori morali che non intende sacrificare all’utilitarismo egoistico del padre. Il protagonista si rifiuta di uccidere una persona prima ancora di sapere che si tratta del suo amico Toji. Questo significa che sacrificherebbe se stesso (e l’umanità, sigh!) non per egoismo, ma per un precetto deontologico d’ispirazione kantiana.

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Shinji avrebbe preferito morire piuttosto che ridurre Toji in questo stato. Purtroppo per lui, però, Gendō ha attivato il Dummy System.

In questo frangente l’eroe prototipico avrebbe mantenuto saldo il principio e trovato una soluzione per salvare tutti. A Shinji questa soluzione viene preclusa. Stando così le cose, chiediamoci: in quanti, nella sua situazione, si sarebbero lasciati strangolare dall’EVA-03? Non è da tutti vincere l’istinto di sopravvivenza, soprattutto quando si parla di strangolamento. Dobbiamo quindi riconoscere a Shinji una fibra morale non comune, sebbene questa finisca per disfarsi nella parte finale dell’anime.

Vorresti diventare una cosa sola con me?

Coerentemente con il suo profilo psicologico, Shinji è tutt’altro che assertivo. Non sa esprimere i propri bisogni e finisce per subire l’esuberanza altrui, accumulando rabbia. Gli unici momenti in cui riesce a essere sincero con se stesso sono quelli di dialogo con gli spiriti intrappolati nell’EVA.

Possiamo tuttavia notare che, se messo nel contesto giusto, Shinji smette di agire come l’ermetico porcospino che ferisce gli altri. Misato e Asuka gli offrono l’esperienza di una famiglia; la scuola un gruppo affezionato di amici. Rotto il muro della solitudine Shinji comincia a vivere in modo più sereno e spontaneo. Resta però ancora un grande blocco: quello dell’intimità.

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Shinji sta bene ed è diventato una presenza piacevole. L’espressione sul suo volto non è mai stata così serena. Quel tipo di vita gli piace.

Vivendo intrappolato nell’inadeguatezza, Shinji è impossibilitato a mostrare la sua parte più profonda. Egli ha le forti pulsioni di un’adolescente e un disperato bisogno di contatto, ma si sente indegno d’essere accettato sino a quel punto. Asuka, da parte sua, non gli rende le cose affatto facili. La tensione tra i due crescerà sempre più fino a degenerare nella scena della masturbazione all’ospedale.

Com’è possibile un cambiamento così estremo? Ricordiamoci che Shinji, per buona parte della serie, è una persona rispettosa degli spazi altrui. Sono semmai Misato, Gendō e Asuka i primi a invadere il suo spazio. Le due ragazze si spingeranno persino a baciarlo laddove lui non si sarebbe mai permesso.

Perché allora Shinji arriva a compiere un atto di violenza?

Per molti critici l’atto della masturbazione non sarebbe che l’ennesima conferma della pessima natura del protagonista. Il comportamento di Shinji miscela in sé egoismo, perversione e codardia. Lui non è capace di avvicinare Asuka da sveglia, quindi cerca di possederla mentre è indifesa: se la ragazza dorme, non può ferire, giudicare, rifiutare.

Se da un lato Hideaki Anno intende condannare l’inettitudine e la viltà maschile, è pur vero che dall’altro offre spunti per comprendere (non giustificare) le bassezze di Shinji.

Durante il culmine del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo le anime dei personaggi cominciano a compenetrarsi. Tutte le prospettive finiscono per fondersi mettendo a nudo i più intimi segreti di ciascuno. In questo stato onirico e surreale Shinji si massacra e viene massacrato emotivamente dai suoi alter ego.

La fuga, il pilotare, lo stare in silenzio, l’esprimersi: non va bene nulla. Ogni azione viene descritta sotto una luce negativa, come se l’agire in funzione dei bisogni di accettazione e stima fosse sbagliato a prescindere. In realtà si tratta di una dimensione ineludibile dell’essere umano. Così come è ineludibile il fatto che i difetti altrui possano riverberare su di noi.

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Durante il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo Shinji entra nel teatro della sua anima, che diventa anche tribunale. Lui stesso vede solo i propri difetti e interpreta il suo agire in funzione di essi.

Misato e Asuka hanno dato molto a Shinji, ma (soprattutto la seconda) lo hanno anche confuso. Provocazioni sul piano erotico e confidenze si sono alternate ad allontanamenti e muri. «Quel vostro sorrisino malizioso serve solo a mantenere ambigua questa situazione» dice Shinji, disperato.

L’imperdonabile sequenza nella stanza d’ospedale è lo sfogo di una tensione irrisolta e di bisogni frustrati dall’escalation degli eventi. L’allegra convivenza dei tre coinquilini è saltata, Kaworu è morto, la Nerv sta per essere attaccata. La deprivazione che Shinji ha sempre subìto ora diventa insostenibile. La pressione accumulata esplode chiedendo consolazione nel peggior modo possibile.

Per quanto Anno calchi sul peso individuale delle scelte, la sua opera tiene conto dell’influenza del contesto sullo sviluppo dei personaggi. Come avrebbe agito Shinji se avesse avuto un’infanzia felice? Avrebbe sfogato in modo così gretto la sua eccitazione se Asuka fosse stata più empatica? Oppure avrebbe coperto l’amica e si sarebbe allontanato, come quella notte in casa di Misato? Considerato quanto mostrato nella serie, possiamo supporre che sarebbe stato il lato luminoso di Shinji a prevalere.

Che schifo

Caduto nel baratro del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo, Shinji sceglie in un primo momento l’estinzione dell’umanità. È il suo personale modo di dire basta ai conflitti e alle sofferenze che le relazioni umane comportano. Si tratterebbe, insomma, di puro egoismo a scapito delle altre individualità. Quando i giochi sembrano ormai fatti, però, subentra il senso morale a invertire la rotta.

Shinji sente che non è giusto privare forzosamente gli altri della propria individualità. Siamo ancora sul livello dell’etica deontologica che ci impone di rispettare la libertà di scelta altrui. Tale massima s’intreccia poi con la crescita del ragazzo, il quale decide scientemente di affrontare la possibilità del dolore insita nelle relazioni umane. E lo fa riconoscendo per la prima volta ciò che di buono ha vissuto:

«Prima o poi loro mi tradiranno, mi abbandoneranno, eppure ho deciso di incontrarli ancora perché a volte ho sentito che i miei sentimenti erano sinceri.»

Quella sincerità dei sentimenti sancisce l’esistenza di un nucleo positivo nell’animo di Shinji. Qualcosa di buono in lui è fiorito nonostante tutto. Qualcosa che lo ha portato a vanificare i piani della Seele e di Gendō, veri carnefici dell’umanità.

Sulla solidità di questo nucleo, tuttavia, aleggia tuttora un dubbio. Nell’ultimissima scena di The End of Evangelion Shinji si ritrova accanto a un’Asuka in stato catatonico. Se davvero il percorso di formazione fosse compiuto, il ragazzo dovrebbe cogliere l’occasione per prendersi cura dell’amica ferita. Invece, colpo di scena, tenta di strozzarla. Si ferma solo quando lei gli accarezza il viso per poi commentare sprezzante: «Che schifo».

In questo capolavoro di ambiguità un’ombra scurissima torna ad ammantare la figura del protagonista. Chissà se l’ultimo film della saga Rebuild of Evangelion riuscirà a sciogliere gli enigmi irrisolti.

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Shinji ha davvero appreso qualcosa dal dramma appena vissuto? Perché salva l’umanità e poi tenta di eliminare l’oggetto del suo “amore”? Questa scena è forse ancora più indifendibile di quella dell’ospedale.

Leggi anche: Kaworu Nagisa – Il significato dell’accettazione

Giuseppe Turchi
Laureato in Filosofia all'Università di Parma, sono stato cultore della materia e attualmente insegno alle scuole superiori. Appassionato di neuroetica e psicologia, ho pubblicato due racconti morali e scrivo saggi divulgativi. Mi batto con le unghie e con i denti per una riforma scolastica incentrata sull'educazione affettiva, digitale e al pensiero critico. Dragon Ball è stato il mio maestro di vita, anche se poi ho dedicato il mio cuore a Neon Genesis Evangelion e Attack on Titans. L'Inter è la mia croce e la mia delizia.

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