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Next Floor – Un corto politico di Denis Villeneuve

Due occhi neri come l’ebano ci scrutano, ci studiano, riescono a captare ogni nostro singolo movimento, è come se ci conoscessero già. Non un battito di ciglio osa interrompere il contatto visivo tra noi spettatori e il Maître D. La camera si avvicina lentamente al suo volto, per poi allontanarsi, quasi intimorita dall’aura mefistofelica che emana il personaggio. Il battito del nostro cuore si sovrappone a quello dei martellanti tamburi in sottofondo. In pochi secondi siamo intrappolati nell’universo di Next Floor

Bon appétit.

Maître D in Next Floor di Denis Villeneuve
Maître D, interpretato da Jean Marchand

«E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te».

(Friedrich Nietzsche )

Cortometraggio del 2008, diretto da Denis Villeneuve, Next Floor viene presentato in anteprima mondiale durante la 61esima edizione del Festival del Cinema di Cannes, aggiudicandosi il premio Canal+ per il Miglior Cortometraggio.

Un edificio fatiscente. Un tavolo sontuosamente allestito per ospitare undici eleganti commensali. Un trio di musicisti da camera accompagnano il solenne convivio con piacevoli brani che vengono sovrastati dal fragore con il quale i convitati maneggiano le loro pesanti posate d’argento. A illuminarli un lampadario di cristallo, unica fonte di luce in mezzo alle tenebre.

Il banchetto e i commensali in Next Floor di Denis Villeneuve
Il banchetto e i commensali

Le infinite portate sono servite da tre camerieri, sotto la guida del Maître, tutte a base di carne di qualunque tipo. Queste vengono divorate con ingordigia, senza sosta, da ciascuno dei convitati, come se questi fossero bestie selvagge, predatori in completo delirio. Nessun dialogo tra questi uomini ferini, solo sguardi pieni di brama, di cupidigia, di smania. In attesa che la prossima pietanza venga servita.

Quanto in basso può cadere l’uomo in preda al vizio più sfrenato?

Lo scopriamo in nove minuti di girato. Per quanto i partecipanti al banchetto siano consci del fatto che la loro abbuffata senza regole, senza sosta alcuna, li porterà a cadere, non se ne curano. Continuano a ingurgitare e ingurgitare, suscitando, persino nello spettatore dallo stomaco più forte, un senso di profonda nausea e disgusto.

Le rivoltanti portate servite al banchetto in Next Floor di Denis Villeneuve
Le rivoltanti portate servite al banchetto

Il pavimento su cui posa il tavolo non regge il peso di quella sfrenata abbuffata, i commensali sprofondano nel piano inferiore dell’edificio, i loro vestiti, la loro pelle, le leccornie presenti in tavola, tutti consunti dalla polvere del calcestruzzo. Pochi secondi di silenzio vengono interrotti dal Maître: «Next Floor». Ed ecco che i musicisti, i camerieri e le nuove portate vengono riportate accanto ai commensali, in attesa di riprendere il pasto. Una piccola spolverata e tutto torna come prima. Ricomincia il rituale dell’ingordigia.

Più volte i commensali sprofonderanno, più volte il Maître ordinerà al suo staff di scendere al piano successivo e più volte gli uomini ricominceranno ad abbuffarsi. Come se fosse l’unica cosa che possono o vogliono fare. Come se fosse insito nella loro natura.

Quello che Villeneuve ci mostra è una razza umana dominata dall’istinto, dal peccato, dalla bramosia ferina. Bestie che mangiano bestie. Non per necessità, ma per ingordigia. L’uomo seduto al tavolo del banchetto è l’uomo figlio del consumismo: incontenibile nella sua insensibilità nei confronti del mondo che lo circonda, perennemente insoddisfatto, incapace di fermare se stesso e chi lo circonda.

La sofferenza negli occhi e il peccato sulla bocca in Next Floor di Denis Villeneuve
La sofferenza negli occhi e il peccato sulla bocca

Emblematica l’inquadratura di una giovane donna il cui volto è solcato da una lacrima messa in evidenza dalla polvere che le ricopre le gote. Nei suoi occhi tutta la sofferenza di chi vorrebbe fermarsi, nella sua bocca l’ennesimo boccone. Si lascia trascinare dai banchettanti nel loro mordace delirio che li porterà irrimediabilmente in un abisso senza ritorno.

Cogliamo la frustrazione di chi conosce il proprio tragico destino e sa che non può essere mutato. Cogliamo l’impotenza del singolo a fronte della massa. Cogliamo quel breve e intenso attimo in cui si realizza che tutto è perduto e allora tanto vale lasciarsi cullare dalla corrente, in attesa di toccare il fondo.

L'abisso senza ritorno in cui precipitano i commensali in Next Floor di Denis Villeneuve
L’abisso senza ritorno in cui precipitano i commensali

Il regista Villeneuve, come dimostra tutta la sua produzione cinematografica, è certamente affascinato da ambientazioni distopiche, nonché avvezzo all’inserimento di messaggi etici nelle sue produzioni. La sua particolare attenzione al rapporto tra l’essere umano e la natura rende il messaggio insito in questo corto, tanto criptico quanto affascinante, molto più intellegibile.

«Forse questo mondo è l’inferno di un altro pianeta».

(Aldous Huxley)

Ci troviamo in un ambiente sinistro, quasi infernale, ogni inquadratura, ogni scena, trasuda peccato e perdizione. Ogni carcassa di animale portato in tavola come un animale da sacrificare a un dio malevolo ci fa pensare che si tratti di una parabola su un girone infernale, quello dei golosi. Eppure, l’aspetto demoniaco dei personaggi è controbilanciato dalla loro profonda umanità. Ognuno degli undici commensali rappresenta un pezzo di storia dell’uomo, un pezzo di società.

La soddisfazione del Maître D in Next Floor di Denis Villeneuve
La soddisfazione del Maître D

Viene allora da chiedersi se questo corto parli davvero di Inferno o, piuttosto, parli del mondo in cui viviamo. Della sfrontatezza dell’uomo, che se ne sente padrone. Dellingordigia del capitalismo, che ci fa desiderare sempre di più, rendendoci sempre più insoddisfatti e sempre più dipendenti. Delle false promesse su un futuro ecologico: «le magnifiche sorti e progressive» che invocano a gran voce, ma con le dita incrociate dietro la schiena, gli spacciatori di morte e inquinamento. In un vortice senza fine. In una spirale che ci porta sempre più in basso, sempre più vicini all’abisso.

Con lo stomaco pieno, ma circondati da polvere e niente più.

Ultima inquadratura, ultima ammonizione

Con Next Floor, l’uomo moderno si guarda allo specchio e l’immagine che coglie è tanto raccapricciante quanto realistica. Un’immagine che può e deve essere contemplata in assoluto silenzio, con nausea e paura. Il cuore che batte ancora a ritmo dei tamburi che ci congedano da quella dimensione infernale. La mente oscurata dallo sguardo glaciale e ammonitore del Maître D, un sadico indovino che ci ha fatto sbirciare nel nostro futuro.

Leggi anche: Arrival – Quando la Fantascienza abbraccia la Filosofia

Alessia Di Rella
"Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente!" - Little Miss Sunshine

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