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Il mucchio selvaggio – Frammenti di un discorso eroico

Il mucchio selvaggio – Frammenti di un discorso eroico

«[…] Se fossi uscito di casa, il Giusva, dopo avermi freddato, mi avrebbe sicuramente sciacallato i Ray-Ban, ma lo spolverino non lo avrebbe nemmeno toccato, quello no, faceva parte di una storia che non lo riguardava. Quel trench rappresentava la determinazione di un gruppo di giovani proletari milanesi, che proprio come i quattro protagonisti del film “Il mucchio selvaggio”, si scagliarono da soli contro un esercito intero, per fare la cosa giusta».

(Marco Philopat, “La banda Bellini”)

Il fumo dei lacrimogeni spande una nebbia fitta, irrespirabile. Aggredisce occhi e pelle, strappando gocce di sudore e lacrime come spugna rovente. Sullo sfondo di lampeggianti blu, si sentono le urla di chi prova a scappare, i conati di chi non tollera il gas, il rumore ritmato e primitivo di manganello e scudo. Uniche protezioni contro il terrore dilagante, un manico di piccone e una bandiera rossa attorcigliata sulla bocca; simboli apotropaici, spaventapasseri contro gli assalti dei corvi del potere, pronti a fare scempio dei corpi in fuga. 

Non c’è tempo per abbandonarsi alla disperazione, mentre lo scalpiccio degli anfibi sull’asfalto bagnato annuncia la carica imminente. Bisogna cercare gli altri per diventare corpo unico, moltitudine incommensurabile; pelle su pelle, legno su legno, voce su voce, stretti insieme nel cordone, addendi di un’equazione chiamata rivolta. Stretti insieme di fronte al Moloch in divisa, perdenti nati eppur determinati a combattere; come Pike e gli altri, Il mucchio selvaggio contro il capitalismo. Perché non c’è casa a cui tornare per un eroe rivoluzionario, non ha requie la sua ricerca, o fine il suo viaggio. Se non la morte.

Il viaggio dell’Eroe e la Rivoluzione

Ogni Eroe che si rispetti, deve compiere un Quest. Parola di difficile traduzione in italiano, ma che, in buona sostanza, vuol dire ricerca; intesa soprattutto come viaggio, tendenza verso un obiettivo ben preciso anche se, spesso, non del tutto definito. Il percorso di Joseph Campbell, poi applicato da Christopher Vogler alle tecniche di sceneggiatura, dimostra che in ogni religione, mitologia, credenza, c’è sempre un viaggio, fisico o spirituale. Gli eroi si costruiscono poco per volta, e diventano tali anche e soprattutto grazie a questo épos. Basta guardarsi intorno per capire che il superamento e la messa in discussione di fronte all’esistente, non sono condizioni ascrivibili  esclusivamente a una categoria eroica. Anzi.

Chiunque aspiri a vivere, senza limitarsi a esistere, deve per forza di cose inserire il Quest nel proprio immaginario, così da diventare un ponte verso il futuro. Il viaggio di Campbell e Vogler è una condizione esistenziale comune a tutti; ma questo viaggio deve obbligatoriamente avere un termine, per non tramutarsi in una fuga senza fine, spirale nera che porta vertigine e paura. Non può esserci épos senza nostosL’elisir ipotetico che l’eroe trova alla fine del suo viaggio è inutile se non viene riportato indietro, nel proprio mondo d’origine. E se il mondo normale fosse il motivo che spinge a partire? Se la vera sfida fosse la rivolta, il capovolgimento dell’ordine costituito, in quale realtà, l’eroe rivoluzionario dovrebbe riportare l’elisir dell’insurrezione?

Che posto è riservato, nella borghese quotidianità, ai banditi e ai diseredati, il mucchio selvaggio che popola ghetti e periferie?

Il mucchio selvaggio
Il mucchio della Wells Fargo

Il mucchio selvaggio (1969) e la sovversione dell’immaginario

Nell’epoca della comunicazione mass-mediale la battaglia politica è innanzitutto battaglia di immaginari. Qualsiasi movimento che si ponga l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituito, deve obbligatoriamente costituire un’epica rivoluzionaria adeguata; capace di raccogliere dentro di sé i desideri e le aspirazioni di moltitudini diverse, che possano sentirsi rappresentate dalle vicende narrate. Perché il 25 aprile non si ricorda anche la Volante Rossa? Perché non si raccontano gli scontri degli Arditi del Popolo? Etichettare l’eroismo come pensiero avanguardistico ha portato, nel tempo, ad abdicare totalmente la narrazione; resta una propaganda piatta e patriottarda, che parla degli anni ’70 in termini di puro e semplice terrorismo, con tutto l’immaginario che questa parola richiama.

Il decennio partito con gli studenti del ’68 e finito con il piombo del ’77 ha portato una deflagrazione politica senza precedenti; durante quegli anni, uno dei primi autori che ha tentato di scardinare l’immaginario borghese e patriottardo è stato proprio Sam Peckinpah con Il mucchio selvaggio (1969).

In pieno accordo con i canoni del genere western, Peckinpah mette in scena una storia tipica: la storia di un gruppo di banditi, che tentano un ultimo colpo per poi ritirarsi a vita tranquilla. Ma già dall’incipit, qualcosa non quadra. A cavalcare verso la sede della Wells Fargo non sono delle canaglie sporche, dai denti marci, ma soldati dell’esercito americano in divisa; i volti tradiscono una insolita tensione, ma nulla lascia presagire che possano essere rapinatori di banche.

Questa sovrapposizione induce due tipi di riflessioni: attuale e cinematografica. La prima riflette sul ruolo che l’esercito americano stava assumendo nell’ambito della guerra fredda, proprio sul finire degli anni ’60; il conflitto in Vietnam aveva ormai manifestato il suo volto più oscuro, nei racconti e nei traumi che i soldati portavano con sé dal fronte. La sparatoria nel paese, subito successiva alla rapina, con diverse vittime mietute tra i cittadini innocenti, in fondo, è solo un saggio di quella “pace” che i Marines stavano portando a Hanoi, proprio in quegli anni.

L’altra riflessione, invece, rivolta come un calzino il ruolo che la cavalleria ha sempre ricoperto nel cinema western. In origine, la Cavalleria arrivava a salvare, a restituire giustizia agli oppressi e a liberare gli assediati; ora, invece, si apprestano a mettere la città a ferro e fuoco. Questo rovesciamento è propedeutico a una demolizione dello scopo propagandistico che il western ha assunto nell’immaginario americano. La conquista del West non è stata una storia di conquista e di crescita; piuttosto, è stata una storia di usurpazione e genocidio. Secondo Peckinpah è arrivato il momento, per l’America, di fare i conti con gli scheletri nell’armadio del proprio eroismo.

All’imboscata sopravvivono in cinque: Pike, Dutch, i fratelli Gorch e Angelo. Possono solo ricongiungersi con il vecchio Sykes che li aspetta fuori città con cavalli freschi, e ripiegare nel deserto. La delusione è tanta, quello doveva essere il colpo della vita, una sorta di prepensionamento criminale; e invece, per colpa di un tiro mancino, gli è rimasto in mano un pugno di mosche e tanto sangue versato.

In questa fase de Il mucchio selvaggio, l’ambiente circostante diventa protagonista della narrazione; il deserto, prima, e le due cittadelle messicane, subito dopo, sono dei veri e propri teatri di marionette, dove i personaggi umani sono guidati da fili invisibili che li sovra-determinano.

Innanzitutto il deserto, luogo inospitale per antonomasia. I sei protagonisti, pieni di delusione e risentimento, sono pronti a saltarsi alla gola come cani rabbiosi; ma è nelle condizioni più estreme che viene fuori la vera natura di ognuno, la differenza tra l’uomo e lo sciacallo. La Classe, quella è la vera differenza; quel sentimento di comunanza di intenti e bisogni, che dovrebbe unire il proletariato, nella Sierra come nel deserto urbano delle metropoli che crescono. Un uomo, una donna, un operaio: chi non riesce a stringersi in circolo, a combattere insieme a tutti gli sfruttati, non è niente. Come recita uno slogan, solo la lotta paga, ma è uniti che si lotta mentre soli si soccombe.

Nel deserto per distinguere uomini e sciacalli

Il fronte urbano del conflitto

Il cinema di Peckinpah, senza sofismi, buca lo schermo e invade la realtà. Il confronto tra il villaggio messicano, in cui i protagonisti cercano ristoro, e Agua Verde, la città dove cercare maggior fortuna, trova facili corrispondenze nel presente. Due strutture urbanistiche, due modelli di vita. L’oasi è un ambiente da favola; la comunità indigena sembra un’unica grande famiglia, riunita attorno al lago, protetta dagli alberi. Il deserto sembra lontano dall’aria di festa che si respira al villaggio, eppure è solo due passi più in là; la differenza sta nelle risate, nei balli, nei brindisi che riuniscono gli esseri umani nella gioia. Quel modo di vivere, comunitario e allegro, getta le fondamenta di un contropotere; un fulmine che spezza la catena del dominio, per istituire un nuovo modo di intendere la vita, la comunità, la libertà. 

In anticipo di circa vent’anni, con una vicinanza geografica a dir poco profetica, Sam Peckinpah con Il mucchio selvaggio sembra portare sullo schermo le comunità del Chiapas; la lotta dell’Esercito Zapatista per l’autonomia e la liberazione del Bios, le istanze indigene di emancipazione culturale e individuale trovano nell’oasi una rappresentazione estremamente calzante. L’intenzione è quella di creare uno spartiacque tra il mondo ostile del deserto e il paesino messicano; comunità, condivisione, cura: questi i caratteri che marcano una differenza così netta, tra due modelli di vita antitetici.

Agua Verde è il pueblo del generale Mapache: un edificio grigio e spoglio, con un muro di cinta; una balconata, dove il generale domina come un re; sbarre alle finestre, da cui spuntano persone sfatte e ubriache; alcol, musica, ma non c’è aria di festa. Domina una subdola vena di costrizione; la paura di contrariare Mapache, rischiando di farsi ammazzare. 

Pike e Il mucchio selvaggio si trovano di fronte una vera prigione a cielo aperto, Agua Verde è la quintessenza della fabbrica-metropoli. Tutti, al suo interno, collaborano alla grandezza del Leviatano, non solo i militari, veri e propri lavoratori della macchina della guerra di Mapache; soprattutto gli altri, usando silenzio e paura, istituzionalizzano quell’aura di forza e invincibilità che circonda il generale. Sono tutti pezzi di un unico puzzle, chiamato Dominio.

Sangue e pallottole tra le vie del centro

Il mucchio selvaggio: verso la genesi di un Eroe rivoluzionario

Per il marxismo le condizioni materiali plasmano l’esistenza di ognuno; prospettive e sensibilità vengono fuori dal contesto ambientale ed economico in cui ognuno matura. Il mucchio selvaggio, ad esempio, vorrebbe restare al villaggio, insieme alla comunità in lotta; spinti dalla necessità, però, devono ripiegare su Agua Verde, chinare il capo di fronte a Mapache, un Padrone come un altro, e sperare in qualche briciola. Ma, a dispetto dell’ortodossia marxista, l’animo umano non è mosso solo dal bisogno; là dove non arrivano progetti e calcoli, forse possono arrivare i sogni. Il mondo empirico può fare molto, ma oltre quello c’è l’immaginario che plasma la mente e le percezioni; la catarsi, in questo processo, diventa fondamentale, per questo bisognerebbe chiedersi: che spazio ha “il viaggio dell’eroe” nel processo rivoluzionario?

La passeggiata dei banditi tra le braccia della morte, nel finale de Il mucchio selvaggio, è abbastanza esplicativa. Qualcosa di fuori dall’ordinario muove i protagonisti, che li differenzia da tutti gli altri. Non sono in attesa di salvezza, come i messicani nascosti nell’oasi; ma non riescono neanche a essere solo attaccati al denaro e al potere. Che fare? Una volta che il colpo al treno è andato a buon fine, dove andare? Il loro “viaggio dell’eroe” può dirsi completo, ma che esistenza porterebbero avanti, consapevoli delle torture cui hanno condannato Angelo? La loro indifferenza non li assolve, anzi. 

Pike non ci sta ad abbandonare Angelo nelle mani dei suoi aguzzini, e capisce che al mondo non c’è spazio per quelli come lui; o si comanda o si è comandati, impossibile restare nel mezzo. Allora, consapevoli di morire, i quattro si avviano con il sorriso sulle labbra verso la morte.

Il mucchio selvaggio
In cammino verso l’ignoto

Attraverso alcune tappe fondamentali, Il mucchio selvaggio descrive perfettamente il destino dell’eroe rivoluzionario.

La condizione materiale del deserto tempra l’animo all’aridità umana dilagante; chi sente di essere diverso, cerca conforto in una comunità che condivida la stessa sensibilità; spesso, le necessità lo spingono a intraprendere qualsiasi strada, pur di emanciparsi economicamente, di potersi salvare dalla miseria; infine, non resta che accettare un carattere di estraneità irriducibile che non lascia spazio ad alcuna salvezza. La dialettica dell’ultimo colpo vuole raccontare proprio questo, il tentativo costantemente frustrato di ogni lavoratore di emanciparsi dal lavoro salariato; ma non c’è lotteria che tenga, l’unica strada percorribile resta la Rivoluzione.

«Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata, è la barricata».

(Lenin)

La Rivoluzione si anima di sogni collettivi, ma non c’è sogno che tenga di fronte alla morte. Negli anni ’70, il Movimento ha imparato che gli eroi erano tutti giovani e belli, perché costretti a sacrificare la vita per la causa; ma ha imparato talmente bene la lezione, da smettere di immaginare la fine del viaggio e di costruire un immaginario a cui idealmente aspirare. Il Capitalismo si è affermato come una variabile imprescindibile, economicamente e socialmente, generando disillusione verso qualsiasi alternativa; ma questa rassegnazione si alimenta della paura di un futuro ignoto, indefinito da tutti.

Prima di imbarcarsi sulle navi verso Troia, uniti da un sogno di libertà, pronti ad abbattere le mura della torre d’avorio, bisognerebbe costruire un’Itaca a cui tornare, un mondo finalmente all’altezza dei sogni di tutti.

Leggi anche: Taxi Driver tra Sartre e Camus – Nausea, alienazione e rivolta

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