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Kenny Ackerman – Siamo tutti ubriachi

Innanzitutto capiamo chi è Kenny Ackerman, personaggio introdotto a partire dalla terza stagione de L’Attacco dei Giganti. Kenny è un’ombra che spaventa persino Levi, una colt pronta a svuotare il caricatore, una botte di whisky in fiamme.

La terza stagione dell’anime si apre, infatti, con colori aridi e una tensione latente dovuta non più alla minaccia dei giganti, ma a qualcuno di forse ben più pericoloso: altri esseri umani.

Kenny Ackerman è una cannonata che sfonda la sceneggiatura e ribalta il mood epico-cavalleresco che il battle shonen aveva mantenuto fino ad allora. Le prime puntate della terza stagione sono un susseguirsi di sparatorie, sangue e stalli alla messicana in un saloon.

Il segnale è chiaro: l’interno delle mura è il Far West, si ammazzano uomini e donne a sangue freddo e la pietà è un ricordo lontano.

L’Attacco dei Giganti, nella prima metà della terza stagione, parla la lingua del Western, un’epica cruda e spietata di leoniana memoria. L’atmosfera sa di polvere da sparo e bourbon, Kenny Ackerman ne è l’araldo.

Tuttavia, non ci troviamo di fronte all’ennesimo pistolero eccentrico dal carisma infallibile: c’è una filosofia nell’Ackerman rinnegato.

Kenny Ackerman è una cannonata che sfonda la sceneggiatura e ribalta il mood epico-cavalleresco de L'Attacco dei Giganti: ora è il Far West.

Il Vero Potere

L’Attacco dei Giganti vede protagonisti battersi per nobili ideali e compiere imprese eroiche pur di lottare per ciò in cui credono. Eren e i suoi commilitoni lottano per la libertà, la speranza, la famiglia (nel senso più ampio del termine); alcuni, magari, hanno ambizioni più modeste, o al contrario più grandi, quali onore, gloria, potere.

Quest’ultimo è sempre stata la perversa tentazione di Kenny Ackerman, il reietto così sadicamente divertito dalle persecuzioni ai danni della sua stessa famiglia.

Kenny ha inseguito il potere privo di ogni scrupolo, recidendo vite umane senza esitazioni. Per questo lo hanno chiamato “lo squartatore”. Tuttavia, la sua ricerca lo ha portato, com’era prevedibile, più lontano di quanto potesse immaginare, verso consapevolezze inaspettate.

Nella sua caccia alla famiglia reale, sicuro di poter eliminare i regnanti fratelli Reiss, viene ostacolato da Uri, trasformatosi in gigante. In quell’attimo Kenny conobbe la paura e la vulnerabilità, conseguenze della mancanza di un vero potere. Eppure, il re in quel momento lo risparmia, pur potendolo letteralmente schiacciare col palmo della mano. Dinanzi a questa rinuncia dell’utilizzo della propria forza il pistolero rimane sconcertato, specie poi dopo averne ascoltato il motivo: il rammarico delle persecuzioni agli Ackerman.

Questa pietà permette a Kenny di conoscere il perdono, che concederà a Uri Reiss, suo futuro amico.

La caccia al potere, però, era tutt’altro che finita. Kenny si lascerà dietro una scia immensa di cadaveri per arrivare al prestigio e alla potenza fisica e insieme morale della famiglia regnante. Tuttavia, il suo cammino è ostacolato da Levi Ackerman, il bambino che ha cresciuto. Kenny si fa carico del figlio di sua sorella, rimasto orfano, insegnandogli come sopravvivere nei bassifondi, come farsi strada in questo crudele e folle mondo.

Lo squartatore è l’unica figura paterna che Levi possa identificare, la stessa persona che, tuttavia, dovrà affrontare in un duello mortale per la sopravvivenza del suo gruppo.

Il pistolero aveva, forse per questo, abbandonato il piccolo Levi a un certo punto: una volta insegnatagli la tecnica, cos’altro rimaneva? Quale animo da tramandare a un bambino bisognoso di speranza? Di certo non quello di Kenny, nichilista e profondamente disfattista nei confronti di qualsiasi ideale, persino della libertà.

Kenny Ackerman è una cannonata che sfonda la sceneggiatura e ribalta il mood epico-cavalleresco de L'Attacco dei Giganti: ora è il Far West.

Nessuna Libertà

L’Attacco dei Giganti narra della disperata lotta dell’umanità per un futuro normale, prospero, ma soprattutto libero dai giganti, libero dalla paura. Anche per questo si batte Levi Ackerman. Vi è una recondita speranza che l’essere umano possa liberarsi e vivere in pace, nella comprensione e nell’uguaglianza.

Un ideale, tuttavia, non è diverso da un virus, non dissimile da una dipendenza: è difficile liberarsene. Nell’esperienza di Kenny si può combattere per qualcosa di giusto, ma è solo un pretesto per andare avanti senza essere annientati dal caos di questo mondo. Suo nipote combatte insieme ad Eren per nobili propositi, per Kenny non vi è alcuna nobiltà, né libertà possibile: l’idea stessa ti rende schiavo.

l desiderio di essere liberi è una perversione dell’ego in crisi di astinenza.

I gloriosi scopi di Eren, Mikasa, Armin, Erwin Smith e tutti gli altri sono paragonabili ad una solenne ubriacatura, furiosa e affamata di vita, ma pur sempre sfocata e pretestuosa, così che alla domanda “perché dovrei continuare a vivere” vi sia ancora una risposta. Laddove le certezze sono sfumate e nebbiose, ma percepibili, l’essere umano continuerà a cercare la sua ragione, il suo senso; l’importante è che non finiscano le domande e l’alcol.

Kenny Ackerman: «Le persone che ho conosciuto erano tutte uguali. ubriache di vino, ubriache di donne, ubriache di dio…della famiglia, del re, dei sogni, dei figli, della forza. tutte si sono ubriacate di qualcosa per poter tirare avanti nella vita. erano tutte schiave di qualcos’altro. persino lui [Uri Reiss] lo era…e tu che cosa saresti quindi? Un eroe?!»

Kenny Ackerman è una cannonata che sfonda la sceneggiatura e ribalta il mood epico-cavalleresco de L'Attacco dei Giganti: ora è il Far West.

Come si diceva in principio, i protagonisti de L’Attacco dei Giganti si comportano come cavalieri impavidi, fieri dei loro ideali. Nella sua tenebrosità, Levi non fa eccezione. Eppure, a un certo punto, dovrà fare fuori un intero plotone di fidati compagni, dovrà farlo a sangue freddo, perché avevano bevuto del vino.

Kenny non se n’è andato perché Levi era una perdita di tempo, perché era il solito pistolero solitario dall’animo oscuro; Kenny ha risparmiato fino all’ultimo a suo nipote le consapevolezze maturate col tempo: l’impossibilità dell’eroismo e la vacua possibilità che l’uomo possa essere libero e insieme avere una ragione per vivere.

Solo in punto di morte Kenny ha voluto ammonire il suo figlioccio che gli eroi non esistono, che nemmeno lui lo sarà mai. Poiché persino il migliore del corpo di ricerca ha dovuto ammazzare persone e fratelli di spirito pur di arrivare, infine, a combattere per ciò che reputava giusto. Questo di certo non fa di lui un eroe, ma un disperato ebbro di vita, bisognoso di darle uno scopo che altrimenti non avrebbe.

Bisogna ubriacarsi di qualcosa, è questa l’antieroica filosofia masochista di Kenny Ackerman, un unicum nel cosmo di Isayama, che ci offre così una prospettiva diversa e decostruente sulle lotte di cui narra, lotte epiche e disperate, avvincenti e gloriose; battaglie che, tuttavia, sono alimentate dall’egoistico bisogno che esista un senso alla sofferenza, un significato da ritrovare nell’ebbrezza del momento, di cui rendersi schiavi, di cui ubriacarsi sempre.

Leggi anche: Levi Ackerman – L’eroe che l’umanità non merita, ma di cui ha bisogno

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