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Chuck Palahniuk e la letteratura cinematografica – Fight Club e Soffocare

«Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo. Sani di mente o pazzi. Stinchi di santo o sesso-dipendenti. Eroi o vittime. A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi. A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro. Oppure possiamo scegliere da noi. E forse inventare qualcosa di meglio è proprio il nostro compito».

(Chuck Palahniuk, “Soffocare”)

Chuck Palahniuk viene da una dimensione alternativa dell’ispirazione stessa. 

Una creatura aliena dai tratti umani che porta con sé l’ormai perduto e da sempre sacro dono della libertà d’espressione. Quell’intoccabile diritto alla scrittura, soprattutto se romanzata, capace di spiegare le viscere dell’animo umano sputando parole di violenta verità.

Autore di innumerevoli romanzi e racconti brevi, Chuck Palahniuk è conosciuto dal grande pubblico soprattutto per le due magistrali trasposizioni cinematografiche tratte dai suoi romanzi: Fight Club e Soffocare.

Fight Club

Il libro vendette “solo” 5 milioni di copie e anche una volta adattato al grande schermo da un immenso David Fincher (sempre fedelissimo ai personaggi presentati), non ha entusiasmato subito. Al contrario, il film ha inizialmente segnato un fallimento totale, con perdita di investimenti e posti di lavoro. È stato solo dopo l’intervento della FOX, che presentò il DVD in alta qualità, che l’opera ha acquisito man mano tutto il merito e il valore che gli spettano di diritto. Fight Club risveglia le ombre di un inconscio assopito, una ninna nanna (per citare un altro romanzo di  Chuck Palahniuk) dell’anima in cui i fantasmi di persone-simbolo incarnano perfettamente gli stereotipi dell’american dream nella sua manifestazione più patologica e travolgente.

Fight Club (1999)

Non è un segreto che in Fight Club ci sia una sorta di biografia di Palahniuk, vestita di tutta la rabbia provata dallo stesso quando era un operaio di Portland e la scrittura sembrava il miraggio di un assetato in preda al delirio, prossimo alla morte per disidratazione. Qui la disidratazione di cui si parla è dell’anima, prosciugata del suo essere più vero e sincero per annaffiarne l’apparenza rigogliosa, pronta ad accogliere gli stranieri.

Fight Club (il romanzo) è un monumento al disincanto e alle forze stesse dell’inconscio che ballano in una danza sfrenata in cui si suda e si avverte la disturbante, incombente e prematura presenza della signora in nero, la morte. 

L’istinto creativo di Palahniuk incontra la geniale intuizione di regia di David Fincher in uno dei pochissimi esempi in cui pagine e grande schermo non solo vanno d’accordo, ma anzi si esaltano e si stimolano a vicenda. 

chuck palahniuk
Scena finale di “Fight Club”

La letteratura cinematografica trova in Palahniuk un potente alleato ed è incredibile la potenza del paradosso in questione. Uno degli scrittori più ossessionati dalla verità delle cose incontra il mezzo per antonomasia che spoglia e divora quel che mette in scena della verità. Il cecchino del battaglione della finzione incontra l’obiettivo da colpire. Ma invece di sparargli dritto in testa, abbraccia la verità e la mette in scena. Ecco l’idilliaco incontro fra cinema e letteratura di Palahniuk, ecco l’enorme paradosso che prende vita, forma, cresce potente e indomabile. Ecco com’è nato un capolavoro. 

Soffocare

Soffocare esce nel 2001, mentre l’adattamento cinematografico diretto da Clark Gregg vede la luce nel 2008. Fight Club viene considerato di difficile trasposizione cinematografica per la violenza che lo contraddistingue fin dalle prime parole. Soffocare da parte sua, ha avuto la stessa difficoltà a inserirsi di una band metal alla messa in Chiesa della domenica mattina.

«Ogni cosa in più che possiedi è solo l’ennesima cosa che un giorno perderai».

(Chuck Palahniuk, “Soffocare”)

Soffocare accieca lo spettatore di una luce complessa e contorta, trasmessa tramite il protagonista stesso. Victor Mancini, un ex studente di medicina e dipendente dal sesso che sembra inserire il lettore in un libro tascabile e portarlo con lui in tutta la sua malsana intimità. Troviamo un Palahniuk all’estremo del contorsionismo etico, accompagnato da una debole trasposizione sul grande schermo, proprio per la difficoltà di riempire con le immagini un vuoto simbolico che il libro colma con una danza tribale di parole tabu.

In un grottesco gioco fra anime dannate, Palahniuk imbocca il protagonista a cucchiaiate di vite disadattate, alla ricerca dei valori più semplici e puri, valori che l’umanità e la società del “tutto è concesso” violentano ogni giorno. Il protagonista escogita uno stratagemma per pagare le spese della madre in clinica, fingendo di soffocare ogni volta che esce a mangiare. Qui il tema dei sensi di colpa dell’uomo si veste di tutto il peccato originale di cui la nostra società è intrisa.

Sam Rockwell, in “Soffocare”

Palahniuk in Soffocare dipinge a parole la follia in tutte le sue sfumature. La follia nella vecchiaia, nel ruolo genitoriale e in quello di figlio. La follia professionale e la madre delle follie: quella istintuale. La pazzia che prende forma nell’istinto animale in cui l’essere umano è sempre molto più carnefice che vittima reale.
Benvenuti, Signori e Signore, alla messa in scena dell’ombra più spaventosa dell’uomo, benvenuti all’esibizione di quanto ci rendiamo miseri.

«Niente è perfetto come tu lo puoi immaginare».

(Chuck Palahniuk, “Soffocare”)

In Soffocare troviamo tutta la palla di pelo nella gola del gatto che cerca di vomitare, di liberarsi di qualcosa che esso stesso ha ingoiato, ma che lo sta uccidendo. Ecco Palahniuk, di nuovo, in tutto il suo male, divoratore geniale, in tutto il suo rappresentare un viaggio fisico emotivamente estenuante che scava, come un bandito scava la fossa del poverino appena ucciso nell’estremo tentativo di sentire, provare sulla propria pelle, l’essenza stessa della violenza. 

In Palahniuk troviamo una possibilità di evoluzione, nel suo disturbante modo di esprimersi ritroviamo l‘essenza del raccontare. Raccontare significa formare se stessi e chi legge, e sarebbe impossibile farlo ignorando violenza, dolore, fame e le altre infinite sfaccettature che fanno parte dell’essere umano, ma che vengono taciute all’interno di una società che vuole immaginarsi perfetta.

Soffocare è un’opera di devastante narcisismo e divorante dipendenza che ci porta fino al punto estremo di sopravvivenza agli agenti esterni della vita. 

La capacità di dare libero sfogo alla propria anima oppressa è più attuale che mai, ed essere stati testimoni di una collaborazione tanto vincente quanto emotivamente devastante fra cinema e letteratura, ha dell’incredibile. 

La sensazione è che sia impossibile fare un grande film se non si capisce di cosa si parla. Il libro è un grido d’aiuto tanto forte da affinare le lame di una katana giapponese pronta per il sacrificio del samurai. Il film Soffocare è una trasposizione comprensibilmente debole, dal messaggio ambiguo rispetto al pugno in faccia del libro. Palahniuk, infatti, ha descritto il film riportando una frase dal suo libro:

«Io ho bisogno che qualcuno abbia bisogno di me, ecco cosa. Ho bisogno di qualcuno per cui essere indispensabile. Di una persona che si divori tutto il mio tempo libero, il mio ego, la mia attenzione. Qualcuno che dipenda da me. Una dipendenza reciproca. Come una medicina, che può farti bene e male al tempo stesso».

(Chuck Palahniuk, “Soffocare”)

Con questo intervento Chuck Palahniuk ha voluto riferirsi alla diversità fra letteratura e cinema: una ha bisogno dell’altra e viceversa. Ma ci sono esempi (e Soffocare è uno di questi), per cui le parole hanno una potenza estrema e sono le immagini a desiderare il loro aiuto, a chiederlo, a bramarlo, per poter prendere senso sul grande schermo.

Comunque sia, capolavori di letteratura, diamanti cinematografici e perle preziose, arroganti e disturbanti di vita. Da leggere, da guardare e da vivere.

Leggi anche: Fight Club – La violenta scoperta dell’Ego

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