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La censura cinematografica in Italia

Tra i tanti aspetti che contornano l’industria cinematografica vi è, purtroppo, anche la censura. Non importa di quale nazione si parli. La censura cinematografica è presente ovunque. Perché ovunque esistono degli argomenti scomodi, inerenti magari alla politica o alla religione, o perché ci sono dei vincoli, anche solo morali, che non si dovrebbero superare.

Ovviamente l’Italia non è stata esente dall’applicare delle censure a film noti di registi, italiani e non, molto famosi anche all’estero. E non risulta affatto strano, considerando le varie fasi politiche (alcune molto tristi) che l’Italia ha attraversato.

Le origini della censura e il Fascismo

La censura cinematografica in Italia nasce quando il cinema si affermò come grande arte popolare, vale a dire nei primi anni ‘10. Nel maggio del 1913 Luigi Facta presentò il disegno di legge in cui lo Stato diventava il supervisore di tutte le pellicole cinematografiche, sia italiane che non, destinate alla sala.

A richiedere questo provvedimento furono proprio i produttori cinematografici, poiché fino a quel momento erano le singole prefetture locali a occuparsi dei film, e molto spesso i giudizi espressi erano drasticamente differenti pur trattandosi della stessa pellicola. In questo modo il produttore andava in contro a un gran numero di difficoltà, soprattutto economiche, che si sarebbero risolte con un visto censura unico in tutto lo Stato.

Nasce così, nel 1913, l’Ufficio Centrale di Revisione. Le regole erano semplici. Nei film non si doveva offendere il decoro della nazione; non si poteva rappresentare i lavoratori dello Stato, in particolar modo le forze dell’ordine, come dei personaggi negativi. E, viceversa, non si doveva portare il pubblico a simpatizzare per figure criminali. Atteggiamenti che richiamassero, anche solo velatamente, alla sessualità, come ad esempio un semplice bacio, erano vietati; così come erano proibiti i confronti tra le varie classi sociali per non incitare rivoluzioni.

È nel 1920 che avviene un cambiamento importante. Venne istituita, da un Regio Decreto, una vera e propria Commissione, che prevedeva al suo interno la presenza diversi esponenti della società. Tra questi esponenti figuravano un magistrato, un educatore, un esperto di arte e talvolta anche una figura genitoriale.

Ma, oltre all’istituzione di questa Commissione, ci fu l’introduzione di un meccanismo fondamentale: prima che un film potesse essere girato, doveva essere revisionata e approvata anche la sceneggiatura. In questo modo potevano essere bloccati sul nascere quei film che avrebbero costituito una violazione delle norme.

Con l’arrivo della dittatura fascista in Italia, la situazione sul fronte censura cinematografica non subì grossi cambiamenti, se non per un forte rafforzamento dei controlli. I film censurati in questo periodo furono quasi tutti stranieri, poiché l’industria cinematografica era sotto diretto controllo dello Stato, che l’aveva trasformata in una macchina di propaganda. E, molto spesso, i film stranieri censurati erano quelli di spionaggio e dalla forte impronta antinazista.

Il più famoso tra questi è senz’altro Casablanca (1942) di Micheal Curtiz, che uscì nelle sale italiane solamente nel 1946. Quando finalmente uscì nelle sale, ci furono comunque delle variazioni; in particolare, nel doppiaggio, vennero cambiati alcuni nomi per nascondere l’origine italiana di alcuni personaggi alleati con i tedeschi e vennero eliminate delle scene in cui un ufficiale italiano, il capitano Tonelli, dialogava con i nazisti.

Parlando di film antinazisti, però, è impossibile non pensare anche a Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin. L’opera venne ovviamente bandita per il forte attacco diretto all’alleato Adolf Hitler e ai concetti di dittatura, antisemitismo e repressione. Tutti concetti di cui l’Italia, in quel periodo, si fece tristemente carico. Il capolavoro di Chaplin vedrà la luce in Italia solamente dopo il 1945.

Celebre frame tratto da Il grande dittatore di Charlie Chaplin

Invece tra i film italiani ritirati dalle sale durante questo periodo non si può non citare Ossessione (1943) di Luchino Visconti, uno dei film seminali del filone neorealista. Poiché il film non si faceva portatore di attacchi diretti al regime, la Commissione ne autorizzò l’uscita in un primo momento. Tuttavia, venne quasi subito ritirato dopo gli scandali dovuti a un eccessiva accentuazione della sensualità della protagonista Giovanna (Clara Calamai), e anche a qualche accenno di omosessualità (all’epoca illegale in Italia) tra i personaggi di Gino (Massimo Girotti) e “lo spagnolo” (Elio Marcuzzo). Il film venne sequestrato e bruciato, ma fortunatamente Visconti conservò una copia, e garantì al suo film la giusta gloria del tempo futuro.

Dalla Repubblica a oggi

Se si pensa che chiuso il capitolo Fascismo si sia chiuso anche quello della censura cinematografica si è in errore. Con l’avvento della Repubblica, e tutte le iniziative per ricostruire il Paese, entrarono in gioco delle nuove dinamiche.

Dinamiche che riguardavano soprattutto la percezione che si aveva dell’Italia all’estero. Quindi, il neonato Ufficio centrale per la cinematografia aveva la facoltà di bloccare l’esportazione di una pellicola nel caso in cui lo Stato non ne uscisse bene. Sempre in questo periodo si afferma in modo definitivo l’egemonia cattolica da un punto di vista religioso. Egemonia che avrà forti ripercussioni anche in campo cinematografico, in quanto, proprio a seguito delle richieste dell’autorità religiosa, è presente un comma all’interno dell’articolo 21 (l’articolo che riguarda la libertà di espressione), in cui si vietava una qualsiasi opera che andasse contro il buoncostume.

Infine, proprio perché era fondamentale tutelare l’immagine dell’Italia all’estero, nel 1949 Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario allo spettacolo, presentò una legge che limitasse l’uscita di quei film appartenenti al filone del neorealismo, poiché raccontava le condizioni di assoluta miseria e povertà in cui versavano gli italiani del dopoguerra. Celebre infatti fu l’esclamazione di Andreotti dopo aver visto Umberto D. (1952) in cui esclamò: «I panni sporchi si lavano in famiglia». A cui seguì un vero e proprio intervento scritto sul quotidiano Libertà che destò parecchio scalpore.

«Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che, se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale».

Giulio Andreotti

Un’immagine di Umberto D., capolavoro neorealista di Vittorio De Sica

È del 1962 la legge avente al centro la revisione dei dei film e dei lavori teatrali. Il succo di questa legge è che le proiezioni pubbliche dei film, nonché la loro esportazione all’estero, sono soggette al nulla osta del Ministero del Turismo e dello Spettacolo.

È proprio a partire da questo periodo in avanti che si verificano i più celebri casi di censura cinematografica in Italia. Tra i casi più famosi, si ricorda la turbolenta epopea produttiva di Ultimo Tango a Parigi (1972).

Il film venne infatti sequestrato dalle sale e, in una sentenza del 1976, ne fu ordinata la distruzione. Bernardo Bertolucci, per aver offeso, secondo la sentenza, il comune senso del pudore, si vide privato dei suoi diritti civili per 5 anni. Fortunatamente, proprio Bertolucci conservò clandestinamente una copia del suo film, e ciò ha permesso all’opera di sopravvivere.

Ma non fu soltanto il regista de L’ultimo imperatore (1987) a essere l’unico nome illustre nella lista dei registi che hanno avuto a che fare con la censura. Tra questi, colui che ha avuto, più di ogni altro, un rapporto con la censura che definire turbolento sarebbe poco è Pier Paolo Pasolini.

Praticamente ogni suo film ebbe problemi con Commissione. Sia che si trattasse della sceneggiatura (che doveva essere ancora approvata prima di incominciare a girare), sia per quanto riguardava il prodotto finito. Eccessiva violenza, profanità, mancanza di rispetto verso il senso del decoro. Tutti capi d’imputazione nei confronti del regista bolognese che lo hanno accompagnato a partire da Accattone (1961) fino ad arrivare a Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

E, oltre a Pasolini e Bertolucci, si trovano nella lista Fellini, Antonioni, Deodato e Visconti. Tutti registi, oggi considerati maestri, che hanno visto bloccati o tagliati diversi capolavori per motivi abbastanza analoghi a quelli descritti sopra. L’ultimo celebre caso in cui la censura fu protagonista avvenne nel 1998, con il film Totò che visse due volte diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco.

Il film venne, curiosamente, “vietato a tutti”. Il motivo di un giudizio così netto da parte della Commissione è da rintracciare nel fatto che il film mescolava apertamente temi come l’omosessualità, la pornografia e la reinterpretazione in chiave sessuale di diversi episodi biblici. Tuttavia, dopo il ricorso in appello, il film uscì nelle sale vietato ai minori di 18 anni, aprendo un enorme dibattito sul ruolo della censura.

Scena tratta dal film Totò che visse due volte, il controverso film di Ciprì e Maresco

Proprio dal 1998, poiché il Ministero del Turismo e dello Spettacolo cessò di esistere, fu il Ministero per i Beni e le Attività Culturali a fornire il nulla osta per la proiezione pubblica dei film. Tutto questo porta infine ai fatti della storia più recente.

Il 5 aprile 2021 si è infatti scritto forse l’ultimo capitolo della storia della censura cinematografica. Viene emanato un decreto che pone come massimo provvedimento nei confronti di un film il visto censura di “vietato ai minori di 18 anni” e non più, quindi, il “vietato a tutti”. In pratica, nessun film potrà essere bandito dalle sale cinematografiche italiane. Inoltre, saranno gli stessi produttori a classificare la propria opera. La Commissione avrà solamente il compito di certificare la classificazione proposta, con il potere però di proporne un’altra.

Questa è, in breve, la storia della censura cinematografica in Italia. Una storia tanto controversa quanto affascinante e che ha, in un modo o nell’altro, segnato un’intera industria. Spesso attraverso delle vere e proprie “guerre” intraprese contro determinati film e registi, la censura ha in qualche modo contribuito, suo malgrado, a consegnare alla storia alcune delle opere oggi considerate capolavori. Ed è stata anche, involontariamente, punto di partenza di interessanti interrogativi sulla libertà di espressione da un punto di vista artistico. Interrogativi che, nonostante l’evoluzione delle leggi, sono ancora, in parte, senza risposta.

Leggi anche: Ultimo tango a Parigi – Il ballo disperato tra il sesso e la morte

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